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Manovra, scintille Ue-Italia. La verità sul 'me ne frego' di Juncker

08 novembre 2016 | 06.41
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Jean Claude Juncker (Fotogramma) - FOTOGRAMMA

di Tommaso Gallavotti

Si scalda il dialogo a distanza tra la Commissione Europea e il governo italiano sulla manovra per il 2017, a due giorni dalla pubblicazione delle previsioni economiche di autunno. Ad aggiungere pepe al dibattito ha pensato il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker: l'Italia, ha detto parlando a Bruxelles al comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati, quindi ad un pubblico tendenzialmente critico nei confronti delle politiche improntate all'austerità, "non smette di attaccare, a torto, la Commissione Europea", ma senza ottenere "i risultati" sperati.

L'Italia oggi, ha rivendicato ancora Juncker, "può spendere 19 miliardi di euro in più di quelli che avrebbe potuto spendere se io non avessi riformato il patto di stabilità nel senso della flessibilità. Sono del parere, in particolare per quanto riguarda l'Italia, che bisognerà, come saggezza vuole, che noi prendiamo in considerazione il costo dei terremoti e dei rifugiati". Ma, ha aggiunto, "il costo addizionale legato ai migranti e ai terremoti per l'Italia è dello 0,1% del Pil", quando Roma "ci aveva promesso di arrivare ad un deficit dell'1,7% nel 2017 e ora ci propone un deficit del 2,4% a causa dei terremoti e dei rifugiati, mentre il costo si riduce allo 0,1%". Una cifra questa che, ha precisato una portavoce della Commissione Europea senza però smentirla, Juncker ha citato in una parte "improvvisata" del discorso, non preparata in precedenza.

Il caso del 'je m'en fous', 'me ne frego'- "Noi - ha continuato Juncker - siamo in stretti contatti con il governo italiano, come con altri governi, per tenere d'occhio la situazione, ma non si può dire che le politiche di austerità con questa Commissione stiano continuando come in precedenza". O meglio, ha aggiunto in un inciso in francese quasi en passant, che non conteneva riferimenti diretti all'Italia, "se si vuole dirlo si può farlo, ma di fatto me ne frego (je m'en fous, ndr)".

Juncker non ha precisato chi, in particolare, affermi una cosa del genere (il soggetto della frase era l'impersonale francese 'on', equivalente alla forma impersonale italiana 'si'), se i sindacalisti in platea, qualcuno in Italia o qualcun altro, quindi l'inciso è rimasto aperto alle interpretazioni più diverse. Ha contribuito anche il fatto che, come capita spesso nelle traduzioni, l'espressione francese 'je m'en fous' in italiano può essere resa in vari modi, da un 'me ne frego' che rimanda ad altre epoche ad un più scurrile 'me ne fotto', oppure anche con un più educato 'non mi importa'.

Tuttavia, scoppiato il caso, il commissario agli Affari economici e finanziari Pierre Moscovici è tornato sulla questione in conferenza stampa al termine dell'Eurogruppo. Il presidente della Commissione Europea, ha detto, "non sta aggredendo l'Italia", ma "ci sono delle regole che devono essere rispettate da tutti. Prima di tutto - ha detto - le cose vengono presentate in modo un po' tendenzioso, perché mi sembra, leggendo la stampa italiana tutte le mattine, che ci siano commenti e cifre in abbondanza, mentre il processo è in corso di sviluppo".

Quindi, ha continuato Moscovici, "non è un'iniziativa del presidente della Commissione di mettere sul tavolo delle cifre: c'è un'abbondanza di dichiarazioni su questa materia, alle quali il presidente ha voluto rispondere alla sua maniera, nella sua maniera, che conosciamo, di esprimersi, molto diretta, di Jean-Claude Juncker". Parole "che altro" non sono state che "una risposta al modo diretto e a volte scortese di esprimersi sul conto della Commissione Europea. Questo per quanto riguarda la forma". "Quello che conta - ha aggiunto Moscovici - è la sostanza: la sostanza è che stiamo discutendo con il governo italiano, in uno spirito molto positivo e costruttivo, a partire dalle nostre regole, e a partire dalla flessibilità che noi possiamo concedere. La Commissione è largamente al fianco dell'Italia e noi ci siamo dichiarati a prendere in conto a prendere in considerazione l'ammontare appropriato, visto che l'Italia è in prima linea, per le spese dei migranti e per le catastrofi naturali. Bisogna prendere in conto le spese che ne deriveranno a breve, ma anche a medio termine. Discutiamo in questo spirito". Con Roma, ha proseguito, "parliamo in maniera costruttiva, dunque 'cool down' (ha detto in inglese in un discorso in francese: 'calmiamoci, raffrediamo gli animi', ndr)". Con l'Italia "abbiamo avuto scambi di lettere, informazioni e analisi. Scambi che continuano e che continueranno fino al 16 novembre. Avrete delle informazioni più precise quando presenterò le previsioni della Commissione dopodomani e vedrete dove siamo".

Padoan, il dialogo con Bruxelles continua- Al Tesoro, comunque, le parole di Juncker sono state accolte senza troppi drammi, essenzialmente perché si ritiene che, più che a Roma, fossero indirizzate ad un pubblico tedesco. Si pensa, in altri termini, che siano volte a fugare il sospetto che la Commissione sia compiacente nei confronti del governo italiano. Il dialogo con Bruxelles, ha detto il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, "continua". Non si tratta, ha precisato, di un "confronto", che "è una brutta parola: il dialogo continua e ovviamente, ogni volta che si viene qui, si ha l'occasione di incontrare sia colleghi ministri che membri della Commissione. Lo faremo anche questa volta".

Il commissario Pierre Moscovici, che ha informato i colleghi dell'Eurogruppo sullo stato dell'arte nell'esame dei Documenti Programmatici di Bilancio, avrà un incontro bilaterale, "per la sedicesima volta" quest'anno, con Padoan, perché "c'è ancora del lavoro da fare", ha detto, per avvicinare le posizioni sulle cifre previste per la manovra per il 2017. "Serve ancora qualche sforzo - ha aggiunto Moscovici - per trovare un terreno che sia completamente comune, sebbene la Commissione lavori in modo molto positivo e costruttivo con il governo italiano, per integrare le flessibilità che sono nel patto e per tenere in considerazione il fatto che questo Paese è in prima linea nell'accoglienza dei rifugiati e ha anche dovuto soffrire di catastrofi naturali come i terremoti. Ma, anche se teniamo in conto tutte queste flessibilità e anche se il patto è intelligente, ci sono delle regole e queste regole devono essere rispettate da tutti".

L'Italia, dal canto suo, ritiene di aver presentato un documento programmatico di bilancio che rispetta le regole europee: in sostanza, Roma ritiene che le spese che affronta per l'accoglienza dei rifugiati (fin dal 2013), occupandosi del bene pubblico dell'Europa e per le conseguenze dei terremoti (non solo gli ultimi, ma anche i precedenti, dato che tipicamente la curva delle spese di ricostruzione raggiunge il suo picco a circa sette anni di distanza dal sisma) debbano essere escluse in sede di valutazione del rispetto del patto di stabilità, dato che non sono frutto di scelte politiche, bensì dettate da cause di forza maggiore. Pertanto, il governo ritiene di avere diritto a tale scorporo, perché, in caso contrario, quelle spese, non discrezionali ma di fatto obbligatorie, sottrarrebbero spazio all'esecutivo in carica, che vedrebbe diminuite le proprie facoltà di perseguire una sua politica economica. Inoltre, in particolare per quanto riguarda i terremoti, nell'ultimo decennio nella Penisola se ne sono registrati parecchi e, pertanto, la messa in sicurezza del patrimonio edilizio è indispensabile per salvare vite umane.

Al di là dei numeri, la questione è anche politica, anche perché nell'Ue ci sono Paesi, come la Francia, che da tempo ha un deficit superiore al 3%, per scelta, o come la Spagna, che ha un deficit doppio rispetto a quello dell'Italia e una traiettoria del debito in rapida ascesa. E' vero che l'Italia ha un debito elevato in rapporto al Pil, e che se la Commissione volesse aprire una procedura per debito eccessivo potrebbe farlo in ogni momento, ma è anche vero che da tempo l'inflazione è ben lontana dagli obiettivi della Bce (vicina ma sotto il 2%) e che, in presenza di una bassa inflazione, ridurre il debito è un'impresa particolarmente ardua. Se l'inflazione fosse intorno al 2%, anche tenendo conto del livello più elevato delle spese per interessi a causa di tassi probabilmente più alti, secondo le stime del Mef l'impatto per il debito italiano sarebbe comunque positivo, mettendo l'indebitamento su una traiettoria di riduzione più rapida rispetto a quella attuale.

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