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Bitcoin e sicurezza

Mettere in sicurezza i propri bitcoin

27 aprile 2021 | 17.49
LETTURA: 4 minuti

Dal dispositivo off line al semplice foglio di carta o il bunker italiano per le grosse somme; proteggere i propri investimenti in bitcoin è diventato sempre più urgente. I casi di frode continuano a verificarsi, eclatanti come il turco Thodex o piccoli ma numerosi come quelli che vedono coinvolta Coinbase.

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L’ultimo caso di frode informatica legata al furto di criptovalute è cosa da poco rispetto alla recente stangata di Thodex che ha visto svanire nel nulla i risparmi di oltre 400mila utenti. Si tratta però di Coinbase, nota per la recente quotazione al Nasdaq (COIN) e di un normalissimo utente della Virginia che sta cercando di riavere il suoi 34.123 dollari che gli sono spariti sotto il naso in soli 4 minuti.

Può succedere. Capita tutti i giorni che qualcuno veda svanire i propri soldi a causa di transazioni fraudolente con la propria carta di credito per esempio, ma le banche, proprio quelle che i cosiddetti cryptoanarchici evitano come la peste, ti rimborsano. Coinbase invece pare di no. L’uomo ha dichiarato di essersi rivolto all’FBI e alla SEC e poi alla CFBP, alla FinCEN e alla BBB, tutte organizzazioni legate alla protezione dei consumatori e ricerca frodi informatiche, ma niente da fare. Il problema è che questo caso è solo l’ultimo di una serie di dozzine segnalate negli ultimi cinque anni che coinvolgono Coinbase.

Ora, sebbene la popolare piattaforma dichiari di aver registrato nel 2020 solo lo 0,004% di transazioni non autorizzate è anche vero che il sistema legale americano fa poco per costringere le piattaforme di scambio ad adottare garanzie davvero efficaci ma soprattutto per rimborsare i soldi rubati.

Ma come fare quindi per proteggere il proprio crypto-tesoro e magari si è alle prime armi?

In ambito Bitcoin si sente spesso la frase not your keys, not your coins per sottolineare che la gestione diretta delle chiavi private è l’unica garanzia di possesso reale. Si parla di sovranità finanziaria e si incita ognuno ad essere la sua propria banca. Queste osservazioni sono tutte pertinenti e condivisibili; in alcune situazioni o momenti della storia sono fondamentali: se si fugge da regimi dittatoriali è cruciale la possibilità di attraversare il confine avendo semplicemente memorizzato le dodici parole che costituiscono la chiave segreta. In regimi più liberali questi rischi non ci sono però esiste l’imperizia tecnica che può portare alla perdita dei beni, o il rischio di aggressione legato a tentativi di furto e, non da ultimo, la difficoltà di trasferire i Bitcoin nel passaggio generazionale ereditario.

Nel concreto? La maggiorparte degli exchange, le piattaforme con le quali si acquistano o vendono per esempio i bitcoin, forniscono un portafoglio dal quale prelevare con un classico iban e quindi è la cosa più comoda lasciarli lì. Ma come evitare di fare la fine di quella piccola percentuale di Coinbase frodata o di quei 400mila utenti letteralmente derubati dalla piattaforma Turca?

Il mercato mette a disposizione diverse soluzioni che si possono dividere in due tipi: portafogli caldi e portafogli freddi. La differenza è che mentre i primi sono connessi alla rete e quindi in qualche modo potenzialmente attaccabili, i secondi invece sono totalmente off-line, quindi molto più sicuri. Se ne trovano diversi e sono dei dispositivi fisici molto simili alla classica pendrive sulla quale è possibile salvare le chiavi pubbliche e private dei propri bitcoin e cryptovalute. I più famosi si chiamano Ledger, Trezor e KeepKey. Volendo si può anche fare a meno dei dispositivo, basta carta e penna e magari una cassaforte: si scrive la coppia di chiavi, pubblica e privata che servono poi ogni volta che si vogliono utilizzare, vendere o trasferire le crypto e poi trovare un luogo sicuro dove il foglietto non si perda, non venga rubato e magari non si bruci. Semplice ma scomodo, per questo meglio utilizzare un dispositivo.

Esistono ormai anche sistemi che si rivolgono ai risparmiatori più robusti o addirittura alle aziende, sempre più numerose quelle che investono i proventi in cryptovalute. In Italia c’è per esempio Checksig, una specie di Fort Knox del bitcoin che offre il servizio di custodia Bitcoin per investitori istituzionali e privati (minimo 50mila dollari). Questa società risolve i problemi legati a sicurezza, complessità tecnologica e conformità regolamentare. E se tutti i loro sistemi di sicurezza non dovessero bastare, l’utente è comunque assicurato grazie a un accordo con il Gruppo Cattolica che copre sia il vero e proprio furto durante le operazioni di prelievo dei Bitcoin custoditi, sia i danni derivanti da intrusioni e violazioni della sicurezza e legati al ripristino dei dati.

In attesa di sistemi biometrici alla portata di tutti è quindi meglio un pezzo di carta, una pennetta o una società cassaforte piuttosto che lasciarli in mano agli exchange, per quanto il rischio sia comunque basso.

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