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Moro: libro Gaudio ‘L’urlo di Moro’, ‘i messaggi criptati’ dello statista Dc che rivelò sua prigione'

22 marzo 2022 | 15.56
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Un anagramma, contenuto nella prima lettera inviata a Francesco Cossiga, per svelare il luogo esatto in cui le Brigate Rosse lo tenevano prigioniero; parole criptiche per neutralizzare la ‘censura’ della “prigione del popolo” e far giungere all’esterno i suoi messaggi; frasi da decifrare, ma che nessuno, fino alla sua uccisione, decifrò mai. C’è tutto questo, e molto altro ancora, nel libro “L'urlo di Moro. Autenticità ed intelligenza politica nelle lettere dalla prigione", scritto da Carlo Gaudio (presidente del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), in stampa in questi giorni per l’editore Rubbettino ed in distribuzione nelle librerie a fine mese.

“Questo libro – scrive Gaudio in premessa - vuole essere un atto di parziale riparazione rispetto ad un punto cruciale, che è stato determinante in tutta la vicenda del sequestro Moro. La tesi, istantaneamente espressa, che Moro nelle sue lettere dal carcere non fosse attendibile. Il libro vuol fare giustizia di questa tesi. Operando quella che io direi la restituzione di Moro a Moro”.

E tenta di farla partendo dalla censura delle lettere di Moro dalla “prigione del popolo”. Ne parlò per primo, nell’autunno 1978, Leonardo Sciascia nell’Affaire Moro. Per sfuggire alla censura dei brigatisti rossi, che consegnarono solo alcune delle sue lettere, Moro, sostiene Sciascia, “ha dovuto tentare di dire col linguaggio del non dire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire”. Doveva “comunicare utilizzando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura”.

Un’autocensura, quella di Moro, necessaria ad inviare all’esterno dei messaggi in una forma criptica, con frasi celate, che non fossero comprensibili nel loro vero significato per i brigatisti. Solo così le sue lettere, con quei messaggi, potevano pervenire ai destinatari, superando la censura delle Brigate Rosse. E proprio quelle lettere arrivarono a chi erano state indirizzate. Il senso di decisività che Sciascia attribuisce a quegli scritti, a quelle frasi, testimoniando l’estrema lucidità di Moro, si scontra fortemente con l’opinione dell’intellighenzia dell’epoca. Sciascia rivaluta la profonda coerenza di stile e soprattutto di pensiero tra l’uomo che chiede allo Stato di trattare per salvare delle vite innocenti mentre è nelle mani delle Br e il massimo teorico della politica italiana che sino al 16 marzo 1978 aveva esercitato il potere. Ma politici, giornalisti, scrittori si affrettano a svalutare e a non dare alcuna credibilità alle lettere che escono dalla prigione. Moro non è più Moro, non è lucido, è drogato, scrive sotto dettatura, è affetto dalla sindrome di Stoccolma.

Eugenio Scalfari si spinge a definirlo “un fantoccio” nelle mani brigatiste. E così la letteratura risulta ancora una volta indispensabile per raccontare la storia e i grandi uomini che l’hanno fatta. Oggi, nel 44° anniversario dell’eccidio di Via Fani, quarantaquattro anni dopo la pubblicazione dell’Affaire Moro, lo studio di Carlo Gaudio riprende quel percorso e lo sviluppa in modo originale. Ripartendo dalle intuizioni artistiche di Leonardo Sciascia e dall’opera filologico-storiografica di Miguel Gotor sull’epistolario, nel libro “L’urlo di Moro” Carlo Gaudio fa un’analisi lessicale completa, parola per parola, delle 86 lettere di Moro scritte nei 54 giorni di prigionia.

E, immergendosi con passione negli stilemi della scrittura di Moro, Gaudio nel suo libro riesce per la prima volta, con un’operazione quasi maieutica, a far emergere da alcune frasi criptiche i messaggi segreti dello Statista, evocati da Sciascia e mai svelati. Gaudio si cimenta a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che ha sempre avuto nello studio dei documenti scientifici nella sua professione di cardiologo universitario. Riuscendo in tal modo, sulla base di quelle lettere, a ricostruire un’intelaiatura di pensieri, di correlazioni, di fatti, per poter aggiungere un “atomo di verità” - come auspicava Moro - per avvicinarci a capire, a meglio illuminare un episodio orribile della nostra storia. Le frasi maggiormente analizzate non vengono ricercate a caso nelle centinaia di pagine dell’epistolario, ma sono proprio quelle più studiate, contenute nelle lettere consegnate dai suoi carcerieri, a riprova della intatta lucidità di Moro, della sua grande abilità a celare i messaggi segreti, sfuggendo completamente all’occhiuta censura brigatista.

A partire dalla prima lettera a Cossiga, quella recapitata il 29 marzo 1978. Nella quale troviamo la frase più celebre dell’intero epistolario Moro, l’inciso: “Che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato”. Che Gaudio riesce ad individuare come uno dei raffinati anagrammi di Moro. Da quell’inciso, infatti, emerge il messaggio a Cossiga: “E io so che mi trovo dentro il p.o uno di Montalcini n. otto”. Indicando al Ministro degli Interni – in una lettera che Moro vuole secretare ma che i brigatisti, del tutto ignari dei messaggi che vi sono celati, rendono pubblica – il luogo preciso della sua prigione. Recuperando così quel Moro “sciasciano”, recluso inerme che “mandava dalla prigione messaggi da decifrare secondo immedesimazione alle condizioni in cui si trovava”. Messaggi allora negligentemente, o astutamente, inascoltati, e per molti anni, poi, trascurati anche dai suoi più stretti amici e collaboratori. Che, se fossero stati invece recepiti – sottolinea Gaudio – avrebbero probabilmente cambiato la storia, non solo con la liberazione e la salvezza di Aldo Moro, ma anche con l’arresto di brigatisti che continueranno ad uccidere, negli anni successivi, agenti di polizia e uomini di primo piano dello Stato, come Vittorio Bachelet.

Altri messaggi cifrati sono svelati ed analizzati da Carlo Gaudio nell’”Urlo di Moro” in una delle prime lettere inviate alla moglie Noretta (anch’essa recapitata dalle Br). E ulteriori elementi della strategia di Moro in quei 54 giorni vengono alla luce, con preziose intuizioni sui moventi dei politici dell’epoca che determinarono – tra l’eccidio di Via Fani e il sacrificio di Moro ad opera delle Br - un delitto di abbandono, spostando l’ambito della trattativa possibile dalla liberazione del prigioniero alla sparizione dei suoi scritti autografi e dei nastri magnetici contenenti i suoi interrogatori, mai ritrovati. Ma al Presidente furono fedeli i cinque valorosi agenti della sua scorta - Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi - massacrati quarantaquattro anni fa nell’eccidio di via Fani. Per i quali l’autore propone che vengano intitolate le strade che costituirono lo scenario del loro sacrificio. Nella speranza che l’esigenza di aggiungere “un atomo verità” – come Moro, scrivendo agli amici della Dc, invocava – rimanga ancora oggi viva e non si avveri, invece, la convinzione – insieme cinica, pessimistica e tragica – di Leo Longanesi: “Quando potremo sapere tutta, ma proprio tutta la verità, non ci interesserà più”.

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