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Sanità: Gimbe, senza preciso programma politico addio a Ssn entro 2025

07 giugno 2016 | 14.32
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Sos Servizio sanitario nazionale. "Non è in atto un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del Ssn", ma "manca una strategia politica ed economica finalizzata a salvare la sanità pubblica". E senza questo necessario Piano di salvataggio, politico ed economico, il Ssn rischia di essere presto un reperto del passato. Queste le conclusioni della Fondazione Gimbe, che ha presentato oggi a Roma, alla Biblioteca del Senato, il Rapporto sulla sostenibilità del Ssn 2016-2025.

"Per salvare la sanità pubblica, già sofferente prima della crisi economica e oggi agonizzante per i continui tagli - afferma il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta - occorre anzitutto una esplicita volontà politica, documentabile da tre segnali, che oggi non si colgono: la sanità pubblica e, più in generale, il sistema di welfare devono essere rimessi al centro dell'agenda politica; Governo, Regioni e Parlamento devono confermare all'unisono che gli obiettivi del Ssn sono ancora quelli della sua istituzione; programmazione finanziaria e sanitaria devono avere l'obiettivo prioritario di salvaguardare la sanità pubblica".

Da qui la proposta di un 'Piano di salvataggio del Ssn'. Un Piano fondato su "cinque azioni fondamentali", a cominciare dalla "certezza sulle risorse destinate al Ssn, mettendo fine alle annuali revisioni al ribasso rispetto alle previsioni del Def e con un graduale rilancio delle politiche di finanziamento pubblico". Dal 2010 la politica - ricorda la Fondazione - ha scelto di disinvestire pesantemente dal Ssn: dopo i 25 miliardi di euro sottratti da varie manovre finanziarie nel periodo 2012-2015, la sanità pubblica ha perso altri 6,79 mld. E il Def 2016 prevede che il finanziamento del Ssn nel 2019 si riduca al 6,5% del Pil: "Una soglia che non solo mina la qualità dell'assistenza, ma rischia di ridurre l'aspettativa di vita, fenomeno nel frattempo già documentato per la prima volta nel nostro Paese".

Gli altri punti del Piano di salvataggio del Ssn prevedono "rimodulazione dei Lea sotto il segno del 'value' delle prestazioni; definizione di un Testo unico per la sanità integrativa e ridefinizione delle tipologie di prestazioni, essenziali e non, che possono essere coperte dalle varie forme di sanità integrativa; definizione di indicatori per monitorare le Regioni nel processo di disinvestimento e riallocazione delle risorse. E, non ultimo, mettere sempre la salute al centro di tutte le decisioni, in particolare di quelle che coinvolgono lo sviluppo economico del Paese". Senza questi interventi, "lo scenario prevedibile nel decennio 2016-2025 è una graduale e inesorabile trasformazione verso un sistema sanitario misto - avverte Cartabellotta - che, in ogni caso, dovrà essere governata da decisioni politiche, consegnando definitivamente alla storia il nostro tanto decantato sistema di welfare".

La Fondazione Gimbe suona la sveglia alla politica. "I segnali di questa involuzione sono già evidenti, in particolare in alcune aree del Paese. I tempi politici per decidere il destino del Ssn sono ormai prossimi alla scadenza. Dopo che per anni si sono stratificate inequivocabili evidenze sulle diseguaglianze regionali, sulla scarsa qualità dell'assistenza e sulle diseguaglianze nell'accesso alle prestazioni, oggi iniziamo a vedere i primi effetti sulla mortalità, un dato che dovrebbe muovere senza indugi coscienza sociale e volontà politica", conclude il Rapporto.

Fabbisogno del Ssn. Nel 2025 sarà di ben 200 miliardi di euro. Una cifra "enorme", che si potrà recuperare solo con "l'incremento della quota di spesa privata intermediata da fondi integrativi, un piano di disinvestimento dagli sprechi e, ovviamente, un'adeguata ripresa del finanziamento pubblico", emerge dal Rapporto. La stima del fabbisogno finanziario della sanità nel giro di 10 anni, spiega Cartabellotta, "si basa sugli ultimi dati ufficiali della spesa sanitaria, quelli relativi al 2014: 111,47 miliardi di euro è la spesa pubblica, 33 mld quella privata, di cui ben 27,07 mld sborsati dai cittadini e 5,95 mld 'intermediati' (4,60 miliardi da fondi sanitari integrativi e 1,35 mld da polizze assicurative)". Al fabbisogno totale di 200 miliardi di euro per il 2025, prosegue, si arriva "tenendo in considerazione diversi fattori: l'attuale sotto-finanziamento; il confronto con altri Paesi europei; il rilancio delle politiche per il personale sanitario; gli inadempimenti Lea; l'invecchiamento della popolazione; le innovazioni farmacologiche; la necessità di ammodernamento tecnologico. La cifra stimata corrisponde a una spesa annua pro-capite di 3.330 euro, che resta comunque inferiore a quella registrata in Francia, Belgio, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Olanda nel 2013". Parallelamente, quanto crescerà il finanziamento pubblico? "Il trend 2012-2016 (+3,1 mld in 5 anni), le previsioni del Def 2016 (dal 6,8% del Pil nel 2016 al 6,5% nel 2019) e il quadro economico complessivo - evidenzia il Rapporto - suggeriscono prudenzialmente di stimare a 10 anni un incremento di 15 miliardi (1 mld l'anno nei primi 5 anni, poi 2 mld l'anno) di finanziamento pubblico. Per la spesa privata, si ipotizza un aumento complessivo di 10 miliardi di euro nei prossimi 10 anni. La vera sfida consisterà nella capacità di incrementare la quota intermediata della spesa privata, che dal 18% attuale dovrebbe raggiungere il 45% nel 2025, riducendo progressivamente la spesa out-of-pocket". Secondo queste stime, si arriva così a 170 miliardi di finanziamento pubblico e spesa privata nel 2015, che "non sono comunque sufficienti a coprire il fabbisogno stimato per quell'anno", commenta Cartabellotta. Nel prossimo decennio, dunque, "è indispensabile un piano graduale di disinvestimento dagli sprechi, da cui si stima un recupero di circa 100 miliardi in 10 anni. Ma il Ssn rimarrebbe comunque sottofinanziato di almeno 10-15 mld di euro, cifra che può essere coperta solo da un ulteriore incremento del finanziamento pubblico".

Un piano anti-sprechi da 100 mld in 10 anni. Quasi 25 miliardi di euro sono stati sprecati in sanità lo scorso anno, circa il 20% del totale della spesa, 112,408 miliardi secondo il consuntivo 2015. Le voci che hanno gravato di più sono l'eccessivo numero di prestazioni inefficaci, inappropriate o troppo costose rispetto ai benefici reali (7,4 mld) e la corruzione, male italico che si annida anche nel Ssn (4,9 mld). E' su queste voci che bisogna agire per recuperare risorse da investire nel Ssn, insiste Gimbe, secondo cui solo per alcune categorie di sprechi le Istituzioni hanno preso i necessari provvedimenti, almeno a livello normativo. Nel prossimo decennio, sottolinea Cartabellotta, "è indispensabile un piano graduale di disinvestimento dagli sprechi, non solo basato su azioni puntuali di spending review, ma che preveda interventi strutturali e organizzativi in grado di eliminarne definitivamente una componente". Attuando questo piano di disinvestimento, stimano gli esperti, è possibile recuperare circa 100 miliardi di euro in 10 anni. A questi si aggiungono "4,9 mld di euro (20%) erosi da frodi e abusi; 3,2 mld (13%) sprecati nell'acquisto di tecnologie sanitarie, farmaci e strumenti medici e di beni e servizi non sanitari, come mense e lavanderie, a costi eccessivi; 3,4 mld (14%) per il sottoutilizzo delle prestazioni, che comporta aggravamento delle condizioni dei pazienti, ricoveri e altri interventi evitabili. Burocrazia, ipertrofia del comparto amministrativo e scarsa diffusione delle tecnologie assorbono circa 2,7 mld (11%) e l'inadeguato coordinamento dell'assistenza 2,9 mld (12%).

Ticket. Grazie ai ticket sui farmaci e sulle prestazioni sanitarie, nel 2015 sono confluiti nelle casse regionali oltre 2,8 miliardi di euro. Rispetto al 2014, dai dati emerge un incremento medio della compartecipazione alla spesa per i farmaci del 4,5% e una riduzione media del 2,2% sulle prestazioni, che raggiunge il 4,4% nelle regioni in Piano di rientro, calcola il rapporto sulla base dei dati della Corte dei Conti. La Fondazione ricorda che, come documentato dall'Agenas nel 2015, "in Italia esiste una vera e propria 'giungla dei ticket', con differenze regionali relative ai farmaci rispetto alle prestazioni, agli importi che i cittadini sono tenuti a corrispondere e alle regole utilizzate per definire le esenzioni". Per disboscare questa giungla, l'articolo 8 del Patto per la salute 2014-2016 prevedeva la revisione della partecipazione alla spesa sanitaria e delle esenzioni, entro il 30 novembre 2014. Scadenza ampiamente disattesa, rileva il Rapporto. Non solo. Nel 2014 la spesa privata in Italia ha raggiunto i 33 miliardi di euro (+2% rispetto al 2013). "La differenza sostanziale rispetto ad altri Paesi europei - si spiega - è che l'82% è 'out-of-pocket'", sostenuto cioè dai cittadini, "con una spesa pro-capite di oltre 500 euro l'anno. Nel nostro Paese, le varie forme di sanità integrativa 'intermediano' solo il 13% della spesa privata (circa 4 mld l'anno), con un gap di oltre il 40% rispetto al resto d'Europa. La progressiva e inevitabile riduzione del finanziamento pubblico deve essere compensata sia dalla riqualificazione della spesa, sia ripensando interamente il pilastro della sanità integrativa, visto che l'attuale deregulation, favorita da una legislazione obsoleta, sta contribuendo a sgretolare le basi stesse del servizio sanitario pubblico".

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