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Omicidio Rea: martedì udienza in Cassazione, Parolisi vuole nuovo appello

08 febbraio 2015 | 16.58
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Il caporalmaggiore dell'esercito è accusato di aver ucciso il 18 aprile del 2011 la moglie Melania con 35 coltellate. Ergastolo in primo grado per lui, ridotto a trent'anni di carcere in secondo grado. La difesa: "Annullare la condanna per i vizi della sentenza"

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Martedì la Cassazione potrebbe mettere il sigillo definitivo sulla condanna a 30 anni di reclusione per il caporalmaggiore dell'esercito Salvatore Parolisi, accusato di aver ucciso la moglie Carmela Melania Rea il 18 aprile 2011 con 35 coltellate, condannato all'ergastolo in primo grado (processo celebrato con il rito abbreviato) il 26 ottobre 2012 e poi in secondo grado a trent'anni di carcere.

Nel ricorso, presentato dai suoi legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, insieme anche al noto penalista Titta Madia, si chiede alla Corte di annullare la sentenza di condanna di secondo grado con cui Parolisi è stato condannato a 30 anni di carcere.

“Noi siamo sempre più convinti che la Cassazione saprà correttamente fare giustizia di tutti i vizi della motivazione” , ha detto l’avvocato Walter Biscotti, che, parlando con l'Adnkronos, ha spiegato che, per la difesa, i vizi della motivazione, esistono “in ordine al problema della prova scientifica, dove secondo noi la Corte d'Assise d'Appello non ha seguito i rigori argomentativi che impone la Cassazione, e poi anche sul problema della valutazione del materiale probatorio e della contraddittorietà della motivazione su molti aspetti, come l' assenza di tracce di Parolisi sul luogo delitto, e in ordine alle testimonianze, soprattutto quella di Ravelli. Infine – conclude il legale - non ci convincono le argomentazioni relative al fatto che possa aver commesso il reato di vilipendio”.

La famiglia di Melania Rea chiede, invece, “la conferma della condanna emessa della Corte d'Assise d'Appello de L'Aquila”. Ed è con questo auspicio che Michele Rea, il fratello di Melania, presenzierà all'udienza all'avvocato Mauro Gionni, che rappresenta la parte civile. In particolare, la famiglia Rea spera che venga scongiurata la possibilità della concessione delle attenuanti generiche, che varrebbero uno sconto di pena ulteriore a Salvatore Parolisi. E in vista dell’udienza hanno depositato una memoria in cui tra l’altro si fa cenno a quel Dna di Salvatore Parolisi presente sulle labbra e sugli incisivi di Melania. Per la difesa del caporalmaggiore sarebbe sperma, che permane molto più a lungo di saliva o cellule epiteliali. Per accusa e parte civile invece quel Dna è la firma dell’assassino. “E’ vero – scrive l’avvocato Gionni nella memoria -, e la Corte non lo nega, che non ci sono certezze scientifiche sulla permanenza ( del Dna, ndr). Ma anche i Ctu 360 hanno evidenziato di non aver mai rinvenuto tali elementi nelle loro autopsie precedenti, segno evidente del fatto che atti di vita quotidiana (mangiare, bere, deglutire, muovere la lingua) eliminano queste cellule. Dunque, visto che c’erano, il contatto (saliva o cute) dovrebbe essere avvenuto poco prima della morte, altrimenti, con i movimenti in vita le avrebbe eliminate”. “Anzi - per Gionni - tale Dna sugli incisivi e sulle labbra è compatibile anche con la ricostruzione omicidiaria, e cioè con la pressione della mano sinistra (o del braccio) dell’aggressore sulla bocca della vittima per serrarla e bloccarne le urla (luogo aperto, figlia in auto). Circostanza confermata dall’assenza di lesioni da taglio (o punta) al volto della vittima”.

Lo stesso giorno in cui la Corte di Cassazione esaminerà il ricorso, al tribunale dei minori di Napoli si terrà l'udienza per stabilire le modalità con cui potrebbe avvenire il primo incontro tra Salvatore Parolisi e la figlia Vittoria, che non ha mai più visto dal momento dell'arresto. La bambina vive con i nonni materni e chiama mamma sia la nonna che la zia, con cadenza settimanale va dai nonni paterni e da lì parla al telefono col padre detenuto, a cui i genitori di Melania, non vogliono che vengano concesse le attenuanti generiche “poiché padre di una bambina – scrive il loro legale -, dopo averne ucciso la madre in sua presenza ed averla privata per sempre ai suoi affetti”. “Per non parlare – evidenziano i famigliari di Melania -, poi, dell’inquinamento fatto inducendo l’amante a cancellare le tracce della loro relazione, non certo per tenerla fuori dalla vicenda ma perché esse costituiscono e costituivano il movente dell’omicidio”.

E che l’assassino abbia infierito sul corpo della povera Melania, incarnando tutti i crismi dell’aggravante della crudeltà, lo spiega la stessa sentenza di secondo grado quando i giudici parlano del “numero esorbitante di fendenti con cui la vittima è stata colpita” . “Altrettanto significative - è sempre la sentenza -, in direzione accusatoria, s’appalesano poi le particolari modalità dell’accoltellamento di cui è rimasta vittima la Rea; sotto tale profilo, invero, non va trascurato che, secondo quanto emerge dai rilievi medico-legali, i colpi sono stati inferti non tutti in rapida successione o in sequenza ininterrotta, ma in un contesto spazio – temporale più dilatato, che ha consentito all’omicida di rendersi conto della fine imminente della vittima, mentre ancora con violenza ha infierito su di lei; (…) fino al momento in cui, ormai a terra e non più in grado di opporre una valida difesa, la malcapitata è stata ancora raggiunta da raffiche di fendenti nella regione toraco-addominale e sternale; (…) infliggendo così alla moglie, ormai inerme e irrimediabilmente sopraffatta, colpi espressivi di gratuita e brutale violenza”. La sentenza della Cassazione potrebbe arrivare già martedì sera.

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