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Ergastolo per Oseghale

29 maggio 2019 | 15.08
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18 mesi di isolamento diurno per il nigeriano imputato nel processo per la morte di Pamela Mastropietro. Applausi alla lettura della sentenza, i genitori della ragazza si abbracciano. La mamma: "Giustizia per uno è fatta, ora tocca agli altri" (VIDEO)

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dall'inviata Sara Di Sciullo

Condanna all'ergastolo e 18 mesi di isolamento diurno per Innocent Oseghale, il nigeriano imputato nel processo davanti alla Corte di Assise di Macerata per la morte di Pamela Mastropietro. La Corte ha emesso la sentenza dopo cinque ore di camera di consiglio. Alla lettura del dispositivo, tra il pubblico dei parenti e degli amici della ragazza è partito un applauso. Il presidente della Corte ha subito richiamato al silenzio i presenti per proseguire la lettura della sentenza. I genitori di Pamela si sono abbracciati.

La Corte di Assise di Macerata ha accolto in pieno la richiesta della procura, pronunciando la massima condanna per Oseghale riconosciuto colpevole di tutti i reati contestati, l'omicidio, la violenza sessuale, il vilipendio, la distruzione e l'occultamento di cadavere. Oseghale è stato dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e decaduto dall'esercizio della potestà genitoriale. E' stato condannato al risarcimento del danno per tutte le parti civili (ndr oltre ai genitori della vittima, il proprietario della casa del delitto in via Spalato e il Comune di Macerata) e a una provvisionale di 300mila euro ciascuno per il papà e la mamma di Pamela.

"Io ero ottimista, giustizia è stata fatta - le parole del papà di Pamela - E' stata dura. Non auguro a nessuno quello che abbiamo passato in questo periodo". "Io ci sono stato sempre, dietro il sipario - ha detto facendo riferimento al suo carattere riservato - E' stato difficile, l'importante è andare avanti e farsi coraggio". "Giustizia è stata fatta, intanto fuori uno, ora tocca agli altri" ha commentato la mamma della ragazza secondo la quale Oseghale non ha fatto tutto da solo (VIDEO). "Ho provato gioia, ho pensato a Pamela" ha aggiunto, raccontando di aver sognato spesso la figlia, anche ieri ed è stato "bello", ma ha voluto parlare solo di uno dei sogni che ha fatto, in occasione dei suoi 40 anni: "Ci siamo abbracciate. Mi ha detto di non pensare al corpo, che lei è dentro".

"Mi aspettavo l'ergastolo, ma non mi aspettavo la condanna per violenza sessuale" ha dichiarato l'avvocato Umberto Gramenzi, legale di Oseghale insieme all'avvocato Simone Matraxia, dopo la sentenza di condanna all'ergastolo per il nigeriano. "In appello faremo valere le nostre motivazioni" ha spiegato l'avvocato Matraxia. I legali hanno così già annunciato il ricorso contro la sentenza di condanna.

"Soddisfazione" per la condanna ha espresso il procuratore Giovanni Giorgio, "ma siamo solo al primo grado di giudizio". La Corte di Assise di Macerata ha accolto in pieno le richieste della procura. "Soddisfazione, ma si tratta di una soddisfazione triste perché la ragazza non tornerà indietro", ha sottolineato Giorgio. "Il mio obiettivo - ha spiegato - è stato tenere i piedi per terra. In questa vicenda la pressione mediatica è stata forte, ma anche giustificata dalla particolare crudeltà di quanto accaduto". Per il procuratore "la cosa importante era arrivare a sentenza in tempi ragionevoli. Ed è avvenuto in tempi ragionevoli, un anno e mezzo. Questo per me è motivo di soddisfazione". "Noi riteniamo di aver individuato Oseghale come unico responsabile di quanto accaduto" ha poi affermato, rispondendo a una domanda sul fatto che la famiglia della ragazza pensa che il nigeriano non abbia fatto tutto da solo. Il procuratore ha ricordato che inizialmente nell'inchiesta altri nigeriani furono coinvolti ma poi la procura ha richiesto l'archiviazione per loro, ritenendo di non avere elementi. "Possiamo aver sbagliato? Non lo so. Può anche darsi che, se ce ne sarà l'opportunità, faremo altre indagini", ha concluso.

"La civiltà ha vinto sulle barbarie" ha detto l'avvocato Marco Valerio Verni, legale della famiglia di Pamela Mastropietro, che ha parlato di vittoria delle "brave persone su quelle orrende che si macchiano di delitti così tragici". "Oggi sono contento di aver mantenuto la promessa fatta all'indomani della morte di Pamela - ha aggiunto Verni che è anche lo zio della ragazza e padrino di battesimo - ossia aver contribuito, nel mio piccolo, a renderle giustizia".

Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha commentato su Facebook: "Quell'infame che ha ammazzato Pamela è stato condannato all'ergastolo. E' anche poco, ma che ergastolo sia. L'importante è la certezza pena. I delinquenti in Italia devono avere paura. Mai uscire di cella senza aver pagato fino in fondo".

LE TAPPE DEL PROCESSO - Le perizie sulle ferite sui resti di Pamela, gli esami tossicologici, la personalità della 18enne romana affetta da una diagnosi borderline associata alla dipendenza da droga, i teste dell’accusa, in primis l’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Marino, e quelli della difesa, come i tre ex compagni di cella di Innocent Oseghale. Sono questi alcuni dei punti principali del processo a Innocent Oseghale, il nigeriano imputato davanti alla Corte di Assise di Macerata con l’accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro, che si allontanò il 29 gennaio 2018 dalla comunità Pars di Corridonia e due giorni dopo i resti furono ritrovati chiusi in due trolley in una zona industriale di Pollenza. Il processo a Oseghale, dove la mamma e il papà della ragazza si sono ritrovati seduti a pochi metri dall’imputato, si è aperto il 13 febbraio scorso. Oltre alla famiglia, sono stati ammessi come parti civili il proprietario dell’appartamento di via Spalato, dove la ragazza è morta, e il Comune di Macerata. Dieci udienze, nel corso delle quali l’orrore sul corpo di Pamela è piombato nell’aula del Tribunale con le foto choc del modo in cui è stata ridotta.

LA VERSIONE DI OSEGHALE: NON L’HO VIOLENTATA NE’ UCCISA - In aula l’imputato ha ammesso di aver fatto a pezzi Pamela, ma ha negato di averla violentata e uccisa. Secondo la difesa, Pamela sarebbe morta per overdose e il rapporto tra i due, fuori dalla casa, è stato consenziente. Secondo le dichiarazioni spontanee fatte da Oseghale in aula, Pamela si è iniettata la droga nella sua casa di via Spalato e poi si è sentita male: "Mentre stavo mettendo la musica, ho sentito un tonfo", ha detto l'imputato spiegando di essere "andato a verificare cosa fosse successo" e di aver "trovato la ragazza a terra, le fuoriusciva qualcosa dalla bocca, l'ho presa in braccio e appoggiata sul letto". In seguito, convinto che stesse meglio, sarebbe uscito per una consegna di droga, ma una volta tornato la ragazza "non respirava più". Preso dal panico, ha raccontato di aver deciso di disfarsi del corpo, ma visto che "non entrava in valigia ho deciso di farla a pezzi". "Voglio pagare per il crimine commesso ma non per quello che non ho fatto", ha ribadito. La difesa del nigeriano aveva chiesto l’assoluzione dalle accuse di violenza sessuale e omicidio, la condanna al minimo della pena per il vilipendio, la distruzione e l’occultamento di cadavere.

LA RICOSTRUZIONE DELLA PROCURA: CONDANNA ALL‘ERGASTOLO - Per il procuratore Giovanni Giorgio e il pm Stefania Ciccioli Pamela "non è morta di overdose, è stata uccisa da Oseghale con due coltellate" perché voleva andarsene dalla casa di via Spalato dove l’imputato continuava a pretendere da lei, stordita, rapporti sessuali. Pamela "è stata uccisa perché ha voluto sottrarsi a tutto quello che stava capitando nell'abitazione di Oseghale", ha detto Ciccioli. D’altra parte, lo ha ribadito anche oggi il procuratore Giorgio, Oseghale "ha strumentalizzato Pamela come un giocattolo", lei era solo "uno strumento per soddisfare la sua cupidigia sessuale". E quando lei ha reagito, secondo l’accusa, lui l’ha accoltellata d’istinto. La richiesta della procura era l’ergastolo e 18 mesi di isolamento diurno senza alcuna attenuante generica.

IL DUELLO TRA PERITI SULLE FERITE - Autentica battaglia tra periti in aula nel corso del processo. Tutto ha ruotato sulle lesioni riscontrate sui resti della ragazza: secondo l’accusa due coltellate al fegato sono state inferte da viva e sono la causa della morte, mentre per la difesa non è affatto certo, potrebbero invece essere post mortem, quando è stata fatta a pezzi. Delle lesioni riscontrate sul corpo di Pamela Mastropietro due, alla base dell'emitorace destro, sono vitali, ossia le sono state inferte da viva, e sono compatibili con un'arma da punta e taglio, ha riferito Mariano Cingolani, medico legale incaricato dalla procura. Sulla stessa linea la consulente di parte civile, Luisa Regimenti, per la quale "Pamela fu uccisa da due colpi di fendente al fianco destro". Al contrario per il consulente medico legale della difesa Mauro Bacci "non ci sono elementi di certezza per dire che ci sono delle lesioni vitali" al fegato cioè inferte a Pamela quando era in vita. Secondo Bacci sarebbe stato opportuno utilizzare più marcatori per valutare la vitalità o meno delle lesioni: proprio per questo la difesa ha avanzato istanza per una nuova perizia sulle ferite, ma la Corte di Assise ha respinto la richiesta.

BATTAGLIA TRA TOSSICOLOGI SU DROGA E OVERDOSE - Al centro della discussione anche le perizie tossicologiche sui resti di Pamela. Secondo l’accusa è esclusa senza dubbio l’ipotesi di una morte per overdose: al momento del decesso Pamela Mastropietro "era sotto effetto di stupefacente", ha osservato il consulente tossicologico della procura Rino Froldi, tuttavia i risultati degli esami effettuati non sono coerenti con una morte per overdose. Al contrario, la consulente della difesa, la tossicologa Paola Melai, ha messo in dubbio la metodologia usata e ha sostenuto che non si può escludere che Pamela sia morta per overdose.

IL COLLABORATORE E SUPERTESTE DELL’ACCUSA: MI HA DETTO CHE E’ STATO LUI - Vincenzo Marino, teste dell’accusa, ha raccontato in aula di aver ricevuto le confidenze di Innocent Oseghale quando ad Ascoli furono detenuti insieme per un breve periodo. "Mi disse che la ragazza arrivò a Macerata, ai giardini Diaz, e gli chiese un po' di eroina", ha detto Marino secondo il quale Oseghale si rivolse al suo connazionale Desmond Lucky e in seguito i tre andarono nella casa di via Spalato "per consumare un rapporto a tre" perché i due volevano stare con la ragazza. Oseghale "mi raccontò che la ragazza si era fatta di roba, Desmond si avvicinò per approcciarla e la ragazza lo respinse, Desmond Lucky gli diede uno schiaffo e la ragazza cadde a terra e svenne. Poi Desmond Lucky se ne andò". A quel punto, secondo quanto l’imputato gli avrebbe riferito, Oseghale provò a rianimarla, ebbero un rapporto sessuale, poi la ragazza voleva andarsene "disse che se no l'avrebbe denunciato. Ebbero una colluttazione, Oseghale le diede una coltellata all'altezza del fegato e Pamela cadde a terra". Quando iniziò a sezionare Pamela, ha ricostruito Marino, Oseghale era convinto che la ragazza fosse morta invece "iniziò a muoversi e lamentarsi e gli diede una seconda coltellata".

I TRE EX COMPAGNI DI CELLA OSEGHALE: COLLABORATORE INATTENDIBILE - La difesa ha chiamato a deporre come testimoni tre ex compagni di cella di Oseghale, che hanno smentito la ricostruzione di Marino affermando che tra l’imputato e l’ex collaboratore di giustizia non c’erano possibilità di incontro e di colloqui. Secondo i tre detenuti con loro Oseghale ha sempre negato di aver ucciso Pamela: ha parlato di un rapporto sessuale "consenziente" in cambio dell'aiuto a trovare una dose di eroina e la morte dopo l'iniezione di stupefacente "per overdose", ha raccontato uno dei tre ex compagni di cella, Stefano Giardini. "Lui ha sempre negato le coltellate, lui ha detto che l'ha solo vivisezionata. Ha sempre negato di averla uccisa" e "disse che questa cosa l'ha fatta da solo", ha affermato il detenuto.

I TRE AMICI NIGERIANI DI OSEGHALE - In aula sono stati ascoltati anche i tre nigeriani Lucky Desmond, Awelima Lucky ed Anthony Anyanwu, inizialmente coinvolti in modo diverso nella vicenda ma per i quali la procura ha poi chiesto l’archiviazione. Lucky Desmond e Awelima Lucky hanno affermato di non essere mai andati a casa di Oseghale, il primo ha anche negato di aver ceduto la droga per Pamela. Anyanwu, che l'imputato chiamò al telefono per chiedergli aiuto dicendo che una ragazza in casa sua stava male, ha detto di non averlo incontrato il 30 gennaio, giorno della morte di Pamela.

GENITORI PAMELA: CONDANNA MASSIMA, NON UCCIDETELA DUE VOLTE - "Ci aspettiamo il massimo della pena affinché Pamela non venga uccisa due volte", hanno detto alla vigilia della sentenza i genitori di Pamela Mastropietro, Alessandra Verni e Stefano Mastropietro. "Ci aspettiamo che l'imputato sia condannato per tutti i reati che gli vengono contestati - hanno sottolineato - Secondo noi Pamela è stata violentata, uccisa con due coltellate e poi martorizzata nel corpo nel modo che tutti sappiamo". "Non è stato un semplice depezzamento, ma qualcosa di crudele e diabolico", ha detto fin dall’inizio il legale della famiglia della vittima, Marco Valerio Verni sottolineando che "Pamela era una di noi, poteva essere la figlia, l'amica, la conoscente di ognuno di voi". Oggi, arrivati davanti al Tribunale, i parenti della ragazza hanno trovato due manifesti con scritto "Pamela c’è" e "Verità e giustizia per Pamela": vedendoli la mamma ha urlato: "Giustizia per Pamela".

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