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Parisi: "Congresso Pd reticente"

04 febbraio 2019 | 17.45
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di Mara Montanari

"Reticente". E' questo l'aggettivo che Arturo Parisi, prodiano e tra i fondatori del Pd, usa per definire il congresso dem che ieri ha chiuso la prima fase, quella degli iscritti. Un congresso in cui finora, spiega all'Adnkronos, "più che tra linee diverse e tra soluzioni da dare ai problemi presenti" si è limitato ad "una scelta tra persone: tutte rispettabili ma definite dal personale passato remoto e più spesso recente, piuttosto che dal futuro proposto al partito". "Mi auguro che quello che non è accaduto finora possa ancora accadere, e che la grigia e rituale Convenzione di ieri rappresenti la chiusura della prima fase più che l’annuncio della seconda". Nonostante le perplessità, Parisi non farà mancare il suo voto alle primarie. Non fa endorsement tra i tre candidati in lizza - Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti - al momento: "Diciamo che l’unica cosa sicura è che andrò a votare e inviterò il maggior numero di persone a recarsi ai seggi". Perché il "patrimonio" democratico delle primarie va difeso. "In un passaggio nel quale siamo finiti, privati delle procedure democratiche come ancora accade per la maggior parte delle formazioni del centrodestra, a cominciare da Forza Italia, o alla mercé di oscuri algoritmi alimentati dalla partecipazione di invisibili minoranze, come capita tra i 5S, la democrazia del Partito Democratico deve essere difesa e rivitalizzata come patrimonio della Democrazia di tutto il Paese".

"SU EUROPEE NO PRESE IN GIRO" - Parisi si rivolge così ai tre candidati: "Basta capirsi evitando di prendersi in giro. Almeno su una scadenza così vicina e una scelta così importante come quella imposta dalle prossime elezioni europee, mi farebbe piacere sentire ognuno dei tre candidati pronunciarsi con parole chiare e forti. Non è proprio quello che è accaduto nella convenzione di ieri". Una mancanza di chiarezza, secondo Parisi, anche sul Manifesto di Carlo Calenda: "Limitarsi a definire la proposta di Calenda come un utile contributo non è sufficiente. Chi voterà il 3 marzo ha diritto di sapere cosa ne sarà del suo voto, almeno su una scelta come quella europea associata nientedimeno che alle elezioni del 1948, una scelta che dovrà essere dichiarata a immediato ridosso del voto". "In un tempo ordinario anche questa scelta potrebbe essere affidata agli organi ordinari. Ma, a congresso aperto, mi sembra inconcepibile sottrarre dall’ordine del giorno una decisione così importante".

Quanto al Manifesto di Calenda, "è una proposta che allude alla apertura di una nuova fase, come fu appunto nel 2004 la scelta di 'Unirsi nell’Ulivo' pensando alle elezioni nazionali che ormai bussavano alle porte? O è invece pensata per l’Europa e soltanto per l’Europa?". "E in questo caso come coniugarla con la decisione, ormai alle nostre spalle, di rafforzare la legittimazione della scelta della guida della Commissione da parte del Parlamento vincolando quindi i parlamentari eletti nella lista al sostegno del candidato socialista che il Pd si è già impegnato a sostenere?", osserva Parisi. "Grazie al suo perfetto italiano, alla convenzione Pd, Frans Timmermans, presentato e salutato come candidato Pse e quindi Pd alla Presidenza della Commissione è stato chiarissimo. La sua candidatura è alternativa a quella Ppe che non solo lui ma altri ritiene sempre più vicina all’estrema destra, dentro una dinamica, certo ancora incipiente, che anche in Europa viene intravista e incoraggiata in vista della affermazione di un bipolarismo europeo. Qual è al proposito la posizione di ognuno dei tre candidati alla segreteria?", conclude Parisi.

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