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Partecipazione lavoratori ad aziende, giuslavorista Proia: "Norma ma non vincolante"

16 marzo 2021 | 15.55
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Sul tema rilanciato dal segretario del Pd, Enrico Letto, l'esperto dice: "Sì a una disciplina quadro, ma la concreta attuazione sia rimessa alla contrattazione collettiva e alle parti sociali"

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Il giuslavorista Giancarlo Proia

Per la partecipazione dei lavoratori alla vita dell'azienda "la via più praticabile è quella della contrattazione di secondo livello" ed è "sicuramente immaginabile una disciplina-quadro, che però non deve essere vincolante e obbligatoria, ma deve rimettere alla contrattazione collettiva e alle parti sociali la concreta attuazione in relazione alle specifiche situazioni". Lo afferma con Adnkronos/Labitalia, Giancarlo Proia, ordinario di Diritto del Lavoro all'Università Roma Tre, parlando del tema della partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale. Tema rilanciato dal neo segretario del Pd, Enrico Letta, nel suo discorso all'Assemblea nazionale che lo ha eletto.

Però, avverte Proia, "bisogna capire cosa si intende per partecipazione dei lavoratori all'azienda: a mio avviso, è un tema che si presta a infinite declinazioni". "La partecipazione -spiega Proia - può essere pensata a un livello diverso di coinvolgimento delle rappresentane dei lavoratori. Una certa forma di coinvolgimento, in realtà, già esiste: per tante decisioni aziendali, la legge e anche i contratti collettivi nazionali e aziendali prevedono che debbano essere consultati i rappresentanti. E ci possono essere partecipazioni più forti come quella azionaria".

Una varietà di declinazioni, dunque, che "porta alla luce differenti approcci culturali", osserva il giuslavorista che ricorda: "Per forme di partecipazione forte non c'è mai stata una pratica significativa di attuazione in Italia, perché sia i sindacati sia le imprese hanno motivi di perplessità. I primi hanno sempre privilegiato il metodo cosiddetto 'conflittuale', le seconde perché giustamente gelose delle proprie prerogative".

"Fino a prova contraria, infatti, è evidente -dettaglia Proia- che chi mette il capitale di rischio in un'impresa vuole determinare la vita della sua impresa". E tuttavia, precisa, "all'interno di questo quadro si può senz'altro pensare di migliorare gli strumenti legali per favorire una partecipazione sempre in senso soft dei lavoratori, finalizzata fondamentalmente a una maggiore partecipazione dei lavoratori ai risultati dell'impresa". "Se invece si vuole partecipare alla gestione dell'azienda, allora ci vuole anche la partecipazione al rischio", sottolinea Proia.

"Ci sono anche delle norme per favorire questa partecipazione dei lavoratori al risultato -dice il professore- ma si sono rivelate fino ad adesso limitate: sono benefici fiscali e poco altro".

Insomma, il tema è quello della contrattazione di secondo livello e del Premio di risultato. "E' il tema di agganciare la retribuzioni ai salari (la prima è definita su base mensile ed è fissa, mentre il salario è determinato in funzione delle ore lavorative, ndr), il che significa - chiarisce - consentire all'imprenditore di ripartire gli utili, i risultati in base all'andamento dell'azienda. Questo è un elemento che dovrebbe essere lasciato alla contrattazione di secondo livello che fino ad oggi ha avuto poco spazio per via della struttura della retribuzione ancora troppo rigida a livello nazionale". In più, conclude Proia, "i sindacati hanno timore di lasciare troppo spazio alla contrattazione aziendale perché hanno paura che questo possa disarticolare la struttura nazionale del contratto: temono che si incida sia sul loro potere sia dal punti di vista strategico, perché la forza dei lavoratori nella singola azienda può essere più ridotta". (di Mariangela Pani)

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