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Parto anonimo, 1 bebè a settimana non riconosciuto dalla mamma

09 luglio 2015 | 13.04
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Indagine effettuata in 100 centri nascita

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(Infophoto) - INFOPHOTO

Sono stati 56 i neonati non riconosciuti dalla mamma in Italia, su un totale di 80.060 bambini nati tra luglio 2013 e giugno 2014. I risultati sono frutto di un'indagine condotta su un campione nazionale di 100 Centri nascita ed effettuata dalla Società italiana di neonatologia (Sin) in collaborazione con 'Ninna ho', progetto a tutela dell'infanzia abbandonata promosso da Fondazione Francesca Rava Nph Italia Onlus e dal Network Kpmg in Italia.

Nel 62,5% dei casi - rivela l'indagine effettuata sulla base di un questionario composto da 22 domande suddivise in tre specifiche sezioni e somministrato via mail ai Centri nascita associati Sin, presentata oggi a Roma al ministero della Salute - si tratta di neonati non riconosciuti da madri straniere e nel 37,5% da mamme italiane. Le madri che scelgono di non riconoscere i loro bambini nel 48,2% dei casi hanno un'età compresa tra i 18 e i 30 anni.

"Settanta gli ospedali che hanno partecipato alla ricerca - ha spiegato all'Adnkronos Salute Giovanni Rebay, partner Kpmg - di cui 38 al Nord, 19 al Centro e 13 al Sud e Isole. La maggior parte dei bambini non riconosciuti sono nati in Italia centrale e settentrionale con rispettivamente 26 e 25 casi. Segue il Sud Italia con soli 5 parti anonimi. Questi bambini sono nati grazie alla legge che consente di dare alla luce il proprio figlio in anonimato, e sono stati poi adottati nel giro di pochi giorni. Una adozione 'ideale', per così dire, dato che i bebè in questo modo non subiscono traumi. Il nostro obiettivo è di azzerare il numero di abbandoni nelle cosiddette 'ruote', e di consentire a sempre più donne in difficoltà di essere seguite nel corso della gravidanza e di partorire poi in anonimato, affidando il loro bimbo all'ospedale".

"L'indagine rappresenta una fase importante del nostro progetto, nato nel 2008 per contrastare l'abbandono neonatale in Italia - ha aggiunto Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava - da anni siamo impegnati con 'Ninna ho' ad aiutare le donne in difficoltà e i loro bambini attraverso l'informazione sulla possibilità consentita dalla legge di partorire in anonimato e mediante l'installazione di culle termiche salvavita presso un network di ospedali dislocati in tutta Italia. Con questa indagine volevamo raccogliere dati quantitativi e qualitativi sulle situazioni dei bambini non riconosciuti alla nascita al fine di individuare, insieme alla Sin e alle istituzioni, nuovi strumenti e metodi più efficaci per prevenire gli abbandoni in condizioni di rischio".

Il fenomeno del 'non riconoscimento materno' riguarda appunto in maggioranza donne di origine straniera così divise tra i casi rilevati: 20 provengono dall'Est Europa, 5 dall'Africa; 4 dal continente asiatico, 3 dall'America, 2 dal Centro Europa. La maggioranza delle mamme che scelgono di non riconoscere i loro bambini, pur avendo fissa dimora, ha partorito in una città diversa dalla propria residenza (ben l'84%). Il 48,2% non è sposata e solo il 12,5% ha un lavoro. Per quanto riguarda il livello di istruzione, il 32,2% delle madri ha una scolarità medio-bassa (licenza elementare o di scuola media inferiore), il 19,6% ha un diploma di scuola media superiore, mentre l'1,8% è laureata.

Al momento del parto, la maggioranza delle donne è arrivata sola in ospedale (34%); solo l'8,9% è stata accompagnata dal partner e il 14,4% da un parente. Durante la gravidanza, il 32% delle donne non si è affidata a nessun servizio di sostegno. Per quanto riguarda i motivi dell'abbandono, al primo posto troviamo il disagio psichico e sociale (37,5%), seguito dalla paura di perdere il lavoro o più in generale dai problemi economici (19,6%). La paura di essere espulse o di dover crescere un figlio da sole in un Paese straniero è un motivo scatenante per il 12,5% delle donne immigrate; segue la coercizione per il 7%; la giovane età (5,4%); la solitudine (5,4%) e la violenza (1,8%).

L'ultima parte del questionario mira a individuare gli strumenti e i metodi ritenuti dai neonatologi più efficaci per prevenire gli abbandoni in condizioni di rischio. Al primo posto troviamo la necessità di assicurare sostegno e assistenza alle donne in difficoltà rafforzando le politiche per la famiglia e per l'infanzia; favorendo una maggiore integrazione e collaborazione tra attività ospedaliera e territoriale; assicurando una migliore presa in carico della madre e del bambino da parte di Consultori e Servizi sociali.

Al secondo posto troviamo la necessità di informare e sensibilizzare le madri in difficoltà sulla possibilità consentita dalla legge di partorire in anonimato e non riconoscere il neonato; sull'esistenza di enti concreti e strutture affidabili da cui poter ricevere assistenza, aiuto psicologico e sostegno da un punto di vista materiale. Infine altro punto importante è secondo i neonatologi l'ascolto inteso come empatia, assenza totale di giudizio, comprensione, disponibilità al sostegno e all'aiuto, così da creare un clima di fiducia che consenta alle donne di aprirsi e affrontare il disagio legato alla difficoltà della condizione che stanno vivendo.

"Abbiamo partecipato con entusiasmo e forte coinvolgimento al progetto 'Ninna ho' - afferma Costantino Romagnoli, presidente Sin - perché siamo coscienti del problema che esiste in Italia e che è sicuramente più ampio di ciò che emerge dai fatti di cronaca. Agevolare e incrementare l'informazione per arrivare direttamente a queste donne in difficoltà attraverso ambulatori, centri di assistenza sociale, consultori e parrocchie è secondo noi la strada da percorrere per il futuro".

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