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Petrolio, Per economisti "prezzi bassi anche in 2016". Iran è opportunità per Italia

06 dicembre 2015 | 15.37
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- petrolio

Il prezzo del petrolio, che si aggira attualmente intorno ai 40 dollari al barile, dovrebbe rimanere basso anche nel 2016. E per tornare ad un prezzo intorno ai 60-80 dollari, che potrebbe essere il livello soddisfacente per tutti, ci vorrà ancora tanto. Ora tutti gli sguardi sono rivolti all'Iran che, con la fine delle sanzioni, potrebbe a breve aumentare la produzione. Una situazione, questa, che potrebbe anche offrire numerose opportunità per le aziende italiane del settore. E' quanto stimano alcuni economisti interpellati dall'Adnkronos dopo che venerdì l'Organizzazione degli esportatori di petrolio, ha deciso di 'non decidere': "Nessun taglio, nessuno aumento né conferma del tetto di produzione. Ma un attento monitoraggio degli sviluppi del mercato".

"Lo scenario che si profila -spiega all'Adnkronos, Luigi De Paoli, professore di Economia applicata dell’Università Bocconi- è quello di prezzi bassi e contenuti ancora per molto tempo. La decisione dell'Opec riflette la scelta consapevole dell'Arabia Saudita che ha deciso di non tagliare le produzioni nonostante le richieste degli altri paesi che soffrono dell'andamento basso del prezzo del greggio. L'Arabia Saudita intende resistere ancora un po' di tempo".

Se continuiamo così, rileva Giulio Sapelli, docente di Storia Economica all'Università Statale di Milano, "andiamo verso una catastrofe. La posizione dell'Arabia Saudita, che è soltanto spinta da una posizione politica che è quella di osteggiare il 'tight oil' Usa (il petrolio non convenzionale), si aggiunge ad una situazione economica generale che vede alcuni paesi emergenti che non tirano più. La posizione dell'Arabia Saudita che si basava sul fatto che sotto i 40 dollari al barile la macchina produttiva Usa sarebbe stata distrutta si è rivelata sbagliata".

Infatti, come sottolinea De Paoli, "il 'tight oil' americano soffre, basta pensare che il numero delle perforazioni sono crollate in modo impressionante nel 2015, ma resiste. Secondo alcune interpretazioni questa 'resistenza' sarebbe legata al fatto che l'industria del 'tight oil' è basata sui prestiti bancari. Visto il forte indebitamento delle aziende del settore ci sono quindi solo due possibilità: o si chiude il rubinetto ma l'azienda fallisce o l'impresa è troppo grande o troppa esposta per fallire e quindi si ava avanti dandogli crediti".

L'attuale andamento del prezzo del petrolio, spiega ancora Sapelli, "non è soddisfacente per nessuno". Per tornare a livelli accettabili per tutti, cioè "intorno ai 60-80 dollari al barile", "ci vorrà tanto tempo". E per arrivare a ciò l'Arabia Saudita dovrà essere richiamata all'ordine. Bisogna usare, come diceva Roosevelt, il bastone e la carota".

Intanto l'Iran si appresta a tornare a recitare un ruolo da protagonista. Nei giorni scorsi Teheran ha presentato, davanti ad una platea composta da 137 società straniere, i nuovi modelli contrattuali per lo sfruttamento delle riserve petrolifere e di gas che le autorità locali intendono applicare già dal 2016 dopo che saranno eliminate del tutto le sanzioni internazionali. I contratti esistenti erano molto rigidi, poco redditizi e non incitavano le società straniere ad investire per aumentare la produzione.

Con delle condizioni commerciali più vantaggiose (la durata dei contratti in particolare dovrebbe passare da 5 a 25 anni al massimo), l'Iran punta a far crescere la sua produzione di petrolio dagli attuali 2,9 milioni di barili al giorno a 4,7 mln di barili al giorno entro fine 2021. Ma non solo. Le autorità iraniane hanno presentato anche 52 progetti per la cui realizzazione potrebbero necessitare quasi 100 miliardi di dollari di investimento. Già dal 2016 Teheran spera di mettere in gara dieci progetti di sviluppo per un investimento complessivo stimato in 30 miliardi di dollari.

L'Iran, sottolinea Sapelli, "si affaccia prepotentemente a diventare uno dei leader mondiali. Le sue riserve sono immense". Teheran, rileva l'economista, "vuole aprire alle compagnie petrolifere estere con un nuovo modello contrattuale che era già pronto da alcuni anni e che dovrebbe consentire di attrarre investimenti. Un nuovo modello contrattuale al quale i paesi africani dovrebbero guardare. In Iran, che ha tanto bisogno di investimenti tecnici sia nell'onshore che nell'offshore, c'è molto da fare. Il Paese ha bisogno di nuove tecnologie e di infrastrutture".

La produzione iraniana, spiega De Paoli, "in prospettiva non può che aumentare. Teheran ha bisogno di aumentare i suoi introiti legati alle vendite del petrolio e con la fine delle sanzioni aprirà maggiormente agli investimenti esteri". E per l'Italia e per le sue imprese, rileva l'economista, "ci sono grandi opportunità". Con l'Iran, "abbiamo ottimi rapporti dai tempi di Mattei in poi e la politica italiana è sempre stata attenta e ha sempre avuto un occhio di riguardo. A testimonianza di ciò la visita del presidente iraniano Hassan Rohani che era programmata nei giorni scorsi ma che è stata cancellata dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi".

Quindi, aggiunge De Paoli, "ci sono certamente ottime opportunità in vista per l'industria italiana e non solo per quella petrolifera. Se sapremo cogliere l'occasione questa sarà una grande opportunità". Dello stesso punto di vista anche Sapelli: "noi andiamo a nozze. Non solo l'Eni ha opportunità da cogliere in Iran. Abbiamo delle aziende che sono tra le prime al mondo a livello tecnologico. Basta pensare a Saipem ma non solo. Con l'Iran l'Italia ha sempre tenuto un atteggiamento molto serio e non ha mai perso i contatti".

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