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Lavoro: Poletti, non serve abolire art.18, basta contratto inserimento

18 agosto 2014 | 09.35
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"C'è bisogno di un cambio di passo culturale che recuperi il valore positivo dell'impresa", ha detto il ministro del Lavoro.

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Giuliano Poletti - (foto Labitalia)

Fa discutere l'intervista rilasciata ieri dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al "Corriere della Sera". "Se ci infiliamo nel solito braccio di ferro sull'articolo 18 non portiamo a casa nulla", ha detto sottolineando, che non serve abolire l'articolo 18 ma che basta il contratto di inserimento e che "c'è bisogno di un cambio di passo culturale che recuperi il valore positivo dell'impresa come infrastruttura sociale indispensabile per la crescita e la creazione di lavoro".

"Quindi -ha osservato Poletti- più che partire dall'art.18 dello statuto dei lavoratori, cioè dai licenziamenti, sarei per partire dall'art. 41 della Costituzione che tutela l'impresa e le sue finalità sociali e dall'art.46 che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione dell'azienda". Poletti guarda per questo alla capacità di "uscire dal vecchio conflitto impresa-lavoro" e spinge a "ragionare su partecipazione responsabile, condivisione, cooperazione". Piuttosto che abolire l'art.18, ha spiegato Poletti, "noi abbiamo scelto una strategia in due tappe" con il decreto" che prevede interventi su contratti a termine e apprendistato.

Seconda tappa, ricorda il ministro, è "il ddl delega nel quale affronteremo tutti gli aspetti del mercato del lavoro, riscrivendo lo statuto, come ha detto Renzi, dagli ammortizzatori alla revisione dei contratti, compresa l'introduzione del contratto di inserimento a tutele crescenti". "Non basta -avverte- introdurre il contratto a tutele crescenti se non si rende il contratto a tempo indeterminato, e il contratto a tutele crescenti lo è, un contratto meno oneroso per l'impresa, alleggerendo il carico fiscale e contributivo", così da renderlo più interessante del contratto a termine senza causale.

Il ministro di è poi detto "favorevole ad un intervento sulle pensioni alte a sostegno di quei lavoratori che altrimenti rischiano di essere esodati". "Le risorse eventualmente recuperate con un contributo di solidarietà o con il ricalcolo contributivo -spiega- dovrebbero restare nel sistema previdenziale in una logica di solidarietà per chi soffre di più".

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