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Maker Faire: Censis, nascono i city makers, manifattura torna in città

13 ottobre 2016 | 18.53
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La rivoluzione digitale sta ridisegnando la 'geografia fisica' della manifattura italiana con una nuova "manifattura urbana". Nascono i nuovi city makers e la manifattura comincia a rappresentare una parte significativa dell’attuale economia urbana. Il nuovo scenario manifatturiero italiano è caratterizzato da "una produzione sempre più personalizzata e con bassi impatti ambientali", si alimenta e si integra con "attività altamente sperimentali" sviluppate da università e centri di ricerca, beneficia dalla vicinanza a mercati particolari - evoluti o di nicchia - e della presenza di lavoratori qualificati. Insomma, "approfitta" dei vuoti creatisi nelle città e ne "favorisce la rigenerazione".

La manifattura urbana pone al centro il progetto e il design e supera la distinzione rigida tra produzione e servizi. Start up innovative, incubatori d’impresa, spin-off universitari, fablab sono i luoghi dove si stanno formando e cominciando ad agire i nuovi city makers e la produzione innovativa ha spesso un carattere 'bottom up' legato all’intraprendenza di singoli soggetti privati. L'ecosistema innovativo che opera nelle grandi città italiane vede Milano al primo posto, sopravanzata da Roma per numero di spin-off, mentre la Capitale si piazza al secondo posto, subito prima di Torino, città più forte per capacità di generare startup a carattere manifatturiero.

A disegnare il quadro è il secondo rapporto Make in Italy "Le città dei makers - L'Italia, la nuova manifattura e la crescita economica", curato dal Censis con il contributo di Bnl Gruppo Bnp Paribas, Innova Camera, Hewlett Packard Enterprise e Italia Lavoro. Il report è stato presentato oggi a Roma, al Tempio di Adriano, sede della Cciaa di Roma, durante il convegno "Le città dei Makers".

De Benedetti, un ritorno moderno alla tradizione rinascimentale

"Le nuove tecnologie spostano anche la geografia fisica della manifattura nell’Industria 4.0. Anche in Italia assistiamo a questo fenomeno rivoluzionario che fa ritornare la 'manifattura', pur nelle condizioni totalmente mutate, alla nostra tradizione rinascimentale" ha rilevato Carlo De Benedetti, Presidente onorario Fondazione Make in Italy, parlando nel corso dell'incontro cui hanno preso parte, tra gli altri, Massimo Banzi, Founder di Arduino e Curatore del Maker Faire Rome, Luca Bonansea, responsabile Retail banking di Bnl Gruppo Bnp Paribas, e Riccardo Luna, direttore dell'agenzia Agi e Curatore del Maker Faire Rome.

L'incontro si è tenuto proprio alla vigilia del grande evento dedicato all’innovazione "Maker Faire Rome - The European Edition 4.0", realizzato nell'ambito dell'edizione 2016 del Maker Faire Roma, la più grande kermesse europea dei maker che apre i battenti domani alla Fiera di Roma e che mette in mostra, fino a domenica 17 ottobre, tutte le innovazioni degli artigiani digitali e della manifattura 4.0.

Se quindi sotto la pressione della crisi economica il manifatturiero italiano si è 'ristretto', tanto che, rileva il rapporto del Censis, tra il 2009 e il 2016 ha perso 54.992 imprese, pari al 9,2% del totale, con una contrazione di occupati del 9,3%, il settore rimane strategico per il Paese e innalza le sue performance medie proprio nel campo dell’innovazione e della internazionalizzazione.

Fablab sono ormai più di 100, rappresentano futuro produzione

I fablab, "forse il fenomeno che meglio esemplifica queste nuove tendenze" come sottolinea il rapporto Censis, sono in crescita costante e sono ormai 115 nel censimento di Make in Italy di settembre 2016, con una distribuzione sul territorio ancora molto disomogenea, la sede di cui dispongono è nei 2/3 dei casi di proprietà privata, il soggetto fondatore nella maggior parte dei casi è una persona fisica e l’attività viene finanziata prevalentemente con risorse private.

Il concetto di 'fabbrica digitale', che comincia ad affermarsi con interpretazioni più o meno evolute, rappresenta il futuro della produzione manifatturiera, rimarca il rapporto del Censis. Nell’ultimo decennio "gli investimenti hanno registrato un calo significativo nel nostro Paese, mentre gli investimenti digitali hanno avuto un incremento di 4 punti percentuali" rileva lo studio.

E qualche effetto si vede, ad esempio il commercio elettronico nel fatturato delle Pmi è passato dal 4,9% nel 2014 all’8,2% del 2015. Nonostante ciò il Digital Economy and Society Index 2016 (Desi) pone l’Italia al 25° posto in Europa, davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania. Insomma la trasformazione c'è ma la strada da percorrere è ancora tanta.

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