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Rassegna stampa: il lavoro nei quotidiani di oggi

12 marzo 2014 | 10.26
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Roma, 12 mar. (Labitalia) - Susanna Camusso leader della Cgil dice al 'Corriere della Sera' di essere contraria ad un taglio anche a beneficio delle imprese, cioè sull'Irap "perché pensionati e lavoratori sono coloro che hanno dovuto ridurre i consumi. Quindi se vuoi far ripartire la domanda devi cominciare da qui. Inoltre, fin dal governo Prodi, è dimostrato che tagli indiscriminati a favore delle imprese non producono un posto di lavoro in più". Il sociologo Luca Ricolfi obietta che la vostra proposta privilegia i lavoratori già protetti, a svantaggio degli autonomi e dei precari. "No, noi proponiamo che per chi ha un reddito così basso da non poter beneficiare di detrazioni, si trovi una forma adatta ad aumentarlo. Penso si debba stare attenti a non favorire gli evasori che spesso si nascondono proprio tra i redditi bassi". Ma è meglio dare qualche decina di euro in busta paga o tassare meno le aziende a beneficio anche dei posti di lavoro? "Non abbiamo visto in questi anni una corrispondenza tra profitti e lavoro, anzi c' è stato uno spostamento progressivo degli investimenti verso la rendita. E' giusto sostenere le imprese che innovano e assumono, ma per questo non serve un taglio generalizzato dell'Irap".

Durante l'esame della legge elettorale alla Camera "hanno provato a mettere in discussione la mia leadership", ma "abbiamo vinto noi". Ora "parto con il piano di riduzione fiscale più forte di sempre. Chi dice che mancano le coperture? Io i soldi li ho, fino a 20 miliardi". Lo dice il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, parlando con 'Il Sole 24 ore' e con 'La Repubblica'. Il premier torna su quanto accaduto durante la discussione sulla nuova legge elettorale: "In questi giorni -afferma- non si è discusso di donne. Si è cercata un'operazione politica per dire che io non controllavo il Pd. Usando il voto segreto qualcuno ha tentato la rivincita sulle primarie, qualcuno ha cercato di farmi fuori. E non è passato. Ha perso. La legge elettorale va. Ed è solo il primo passo. Noi stiamo cambiando il Paese".

"È a novembre che ho iniziato a pensarci, di ritorno da un incontro in Bankitalia. Tra l'asset quality review in arrivo e i primi segnali di ripartenza del ciclo economico anche in Italia - spiega il ceo di UniCredit Federico Ghizzoni al 'sole 24 Ore' - ci voleva una scelta coraggiosa". "Sono molto soddisfatto -dice- che il consiglio abbia capito e appoggiato questa linea, ma la responsabilità è mia, la faccia so bene di mettercela io". È questa la genesi di un piano che Ghizzoni non esita a definire "spartiacque" per il gruppo che guida da tre anni e mezzo. Perché parte con un bilancio, quello 2013, tinto di un rosso che non si era mai visto in UniCredit ma al tempo stesso si pone obiettivi ambiziosi, in termini di redditività ma anche di business: "Puntiamo a a tornare all' utile in Italia già dal 2014, a consolidare la nostra leadership europea nel corporate and investment banking e a mantenere saldamente il coverage ratio, il livello di copertura sui crediti, ben oltre il 50%, vale a dire sui valori pre-crisi". Il gruppo parte però da una pulizia radicale, da 15 miliardi tra rettifiche e accantonamenti. Siamo sicuri che sia l'ultima volta? "Deve esserlo, per forza. Ma abbiamo ragionevoli elementi per crederlo perché abbiamo condotto un' analisi severa. Da novembre, da quando abbiamo iniziato a lavorare sul piano, i nostri risk manager hanno passato al setaccio tutte le nostre posizioni creditorie, le garanzie sul real estate sono state riviste secondo il criterio della vendita forzata e gli accantonamenti che abbiamo postato sono stati effettuati sulla base di parametri estremamente prudenziali".

"Questo non è un derby tra Irpef e Irap e le sfide dove una squadra vince e l' altra perde le lascerei al calcio. Noi restiamo della nostra opinione: gli sgravi al costo del lavoro creerebbero nuova occupazione, mentre dare un pochino di soldi in tasca alle famiglie avrà effetti limitati e diluiti nel tempo. Ma come imprenditori pensiamo che il dilemma vero sia un altro: se comincia una stagione di riforme profonde oppure no". Lo dice a 'La Stampa' Aurelio Regina, vicepresidente della Confindustria per lo sviluppo economico. "Negli ultimi 5 anni la disoccupazione è raddoppiata -aggiunge- ; la produzione industriale è sotto di quasi il 25%; un 15% di capacità produttiva è stato disperso, vale a dire che se si tornasse al livello di consumi precedente alla crisi non potremmo far fronte alla domanda. Lo stato in cui ci troviamo lo hanno ben evidenziato gli industriali piemontesi con la oro iniziativa "senza impresa non c' è impresa". I 10 miliardi che il governo sta per impegnare sono l' ultima cartuccia; dopo, non ce ne saranno altri. Noi non chiediamo posizioni di vantaggio; chiediamo soltanto di ridurre le distanze dai nostri concorrenti degli altri Paesi".

"Una delle strade aperte per superare le contraddizioni derivanti dall' eccesso di austerità è il tavolo delle future "intese contrattuali" (contractual arrangements), le cui regole dovrebbero essere definite dai prossimi Consigli Europei di marzo e giugno". Lo scrive Fabrizio Onida sul 'Sole 24 Ore'. "Tali accordi sarebbero, per ora, centrati sui meccanismi di solidarietà tramite cui un paese membro assume impegni legalmente vincolanti a fronte di un aiuto finanziario esterno. Per l' Italia, che non ha bisogno di aiuti finanziari esterni, ma deve mantenere la fiducia dei mercati alle aste settimanali dei nostri titoli di stato, il problema è come negoziare un percorso di aggiustamento fiscale, tale da uscire dall' impasse "austerità-recessione" evitando il collasso del Paese. È un sentiero molto stretto", aggiunge.

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