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Riforme, giornalisti 'contro': c'è la strana coppia Minzo&Mineo

05 luglio 2014 | 18.34
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Dagli schermi agli scranni il passaggio non sempre fila liscio come l'olio. Se poi si tratta di fare i padri costituenti, le responsabilità si fanno schiaccianti. E così sul percorso delle riforme sono due giornalisti, già direttori di Tg, a prendersi la luce dei riflettori dell'opposizione, nei rispettivi partiti (Fi e Pd), al testo base del governo nonché agli emendamenti dei relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli.

Da un lato Augusto Minzolini (detto 'Minzo', già al vertice del Tg1 e ancor prima retroscenista principe de 'La Stampa') che ha portato la metà del gruppo azzurro a palazzo Madama a sottoscrivere un percorso non ossequioso del patto del Nazareno tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi; dall'altro, Corradino Mineo, ex numero uno di RaiNews24 che per la sua ostilità alla riforma ideata da Matteo Renzi si è visto sostituire in commissione Affari costituzionali, così come accaduto a Vannino Chiti, dal gruppo del 'suo' Pd.

Abituati a usare lo spirito critico e a prendere apertamente posizione, non è che si siano trovati più facilmente di altri nei panni di 'bastian contrario'? E' una 'provocazione' alla quale un altro giornalista-senatore, già vice direttore e firma economica di punta del 'Corriere della Sera' (nonché 'dissidente' sulla riforma) come Massimo Mucchetti (Pd) non crede neanche un po': "Che ci siano -dice all'Adnkronos- dei giornalisti fra i numerosi senatori che nutrono serie riserve sul alcuni punti del testo base del governo sulle riforme e modificato dai relatori in commissione Affari costituzionali è una cosa del tutto irrilevante: vi sono, fra coloro che nutrono tali riserve, avvocati, politici di professione, docenti e altri".

Per Mucchetti, che è presidente della commissione Industria di palazzo Madama, "ancor più privo di senso, anche giornalistico, sarebbe qualificare coloro che hanno idee diverse dal governo su alcuni aspetti della riforma delle istituzioni parlamentari come persone che mettono un freno al processo riformatore. "Semplicemente -conclude- giornalisti o non giornalisti, lo vogliono migliorare e rendere più coerente con lo spirito del costituzionalismo occidentale di quanto non sia l'ordito sostenuto dal governo".

Sul versante opposto, un altro giornalista di formazione, ma ormai da anni in Parlamento, come Maurizio Gasparri (Fi), tende invece ad accreditare la possibilità che vi sia una sorta di necessario e non facile periodo di adattamento alle procedure e al modus operandi della politica: "Questi giornalisti, analisti, firme importanti e con incarichi di rilievo alle spalle -prosegue- non sono certo loro andati a bussare ai partiti. Immagino che siano i partiti ad aver cercato loro e quindi devono fare i conti con personalità abituate a stare in primo piano e che non si lasciano certo relegare al ruolo di comparse".

"Penso -prosegue il vice presidente del Senato- che sia abbastanza fisiologico. D'altra parte, un conto è fare il 'narratore' di un retroscena, altra cosa è dover vivere la situazione con ruoli non necessariamente da protagonista, o addirittura da gregario. Insomma, al giornalista, alla fine, riesce più congeniale denunciare una situazione; il dirigente politico ha l'onere di cercare una soluzione, a cui spesso si arriva solo grazie ad una mediazione, ad un compromesso. Che, specie quando si tratta di forze politiche contrapposte, può risultare ancor più difficile da digerire. E lo dice uno -conclude- che su questa riforma i suoi dubbi ce l'ha eccome".

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