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Mostre: Roma celebra Artemisia Gentileschi e il suo tempo

29 novembre 2016 | 15.33
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Diventata simbolo della lotta femminista negli anni settanta del Novecento, Artemisia Gentileschi è stata una pittrice di prim'ordine e un'intellettuale effervescente in un'epoca, il 1600, nella quale il mestiere di pittore era roba da uomini. Il Museo di Roma di Palazzo Braschi la celebra con una mostra che apre i battenti domani e che espone circa cento opere provenienti da ogni parte del mondo, da prestigiose collezioni private come dai più importanti musei in un confronto serrato tra la pittrice e i suoi colleghi, frequentati, a Roma, come a Firenze, ancora a Roma e infine a Napoli, con quel passaggio veneziano di cui molto è da indagare, così come la breve intensa parentesi londinese.

Un viaggio nell’arte della prima metà del '600 seguendo le tracce di una grande, vera donna, antesignana dell'affermazione del talento femminile. Un talento e una tecnica tali da avere fatto affermare al padre Orazio, importante pittore anche lui, che "questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso ardir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere".

Un temperamento, quello di Artemisia, che attirò le attenzioni del pittore Agostino Tassi, che nel 1611 (in quegli anni era impegnato insieme a Orazio Gentileschi nella decorazione delle volte del Casino delle Muse di Palazzo Rospigliosi a Roma), mentre le dava lezioni di prospettiva, violentò la diciassettenne collega. E' lei stessa a raccontare come andarono le cose durante il processo per stupro intentato dal padre Orazio nei confronti del Tassi, reo di non avere 'rimediato' col matrimonio riparatore. E, secondo l'interpretazione di molti critici, uno dei vecchioni che insidiano Susanna nel celebre dipinto (che resterà esposto alla mostra fino a fine marzo), raffigurerebbe lo stesso Tassi.

"Serrò la camera a chiave - racconta Artemisia nella testimonianza al processo - e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne".

La mostra ha il patrocinio del Mibact ed è promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, e copre l’intero arco temporale della vicenda artistica di Artemisia Gentileschi. Un’esposizione, aperta sino al 7 maggio 2017, che nasce da un’idea di Nicola Spinosa ed è curata dallo stesso Spinosa per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari per la sezione fiorentina, e da Judith Mann per la sezione romana. È accompagnata da un catalogo edito da Skira che dà conto dei diversi periodi artistici e umani di Artemisia e riporta le schede delle opere esposte, frutto dei più recenti studi scientifici e degli ultimi documenti rinvenuti.

Oltre quindi ai magnifici capolavori di Artemisia come la 'Giuditta che taglia la testa a Oloferne' del Museo di Capodimonte (foto), 'Ester e Assuero' del Metropolitan Museum di New York, l’'Autoritratto come suonatrice di liuto' del Wadsworth Atheneum di Hartford Connecticut, si vedranno la 'Giuditta' di Cristofano Allori della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze o la 'Lucrezia' di Simon Vouet del Národní galerie v Praze di Praga, solo per citarne alcuni: dopo i dipinti della prima formazione presso la bottega del padre Orazio, quelli degli anni fiorentini, segnati dai lavori dei pittori conosciuti alla corte di Cosimo de Medici come Cristofano Allori e Francesco Furini, ma anche le tangenze con Giovanni Martinelli; altri che recano echi, e non solo, della sua amicizia e frequentazione con Galileo, come del mondo, allora nascente, del teatro d’opera.

Scandite all’interno di un itinerario cronologico, le successive opere di Artemisia sono messe in relazione con quelle dei pittori attivi in quegli anni d’oro a Roma: Guido Cagnacci, Simon Vouet, Giovanni Baglione, fonte d’ispirazione rispetto ai quali la pittrice aggiorna, di volta in volta, il suo stile proteiforme e mutevole.

A concludere, i dipinti eseguiti nel periodo napoletano, quando ormai Artemisia può contare su una sua bottega e sulla protezione del nobile Don Antonio Ruffo (1610-1678), lavori in cui, grazie ai confronti, sarà possibile capire il suo rapporto professionale coi colleghi partenopei: da Jusepe de Ribera e Francesco Guarino a Massimo Stanzione, Onofrio Palumbo e Bernardo Cavallino; tele come la splendida 'Annunciazione' del 1630 – presente anch’essa in mostra – paradigmatiche di questa fiorente contaminazione, scambio e confronto. Sponsor della mostra Generali Italia, sponsor tecnico Trenitalia.

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