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Coronavirus, 'una rosa di possibili armi, ma servono più dati'

FARMACEUTICA
Coronavirus, 'una rosa di possibili armi, ma servono più dati'


di Margherita Lopes

Dall'antivirale giapponese Avigan* ("credo di essere l'unico italiano a non aver visto il famoso video"), all'anti-artrite tocilizumab, fino "alla clorochina, un farmaco con la barba bianca per quanto è antico", c'è 'una rosa' "di medicinali che hanno dato qualche dimostrazione di efficacia contro Covid-19. Ma, da farmacologo clinico, non posso che segnalare come l'emergenza ci metta di fronte alla necessità di valutare l'efficacia di un farmaco senza passare per tutte le tappe della sperimentazione tradizionale. Mancano dati sufficienti sull'efficacia e la sicurezza di questi prodotti, ecco perché gli studi avviati sono tanto importanti". A dirlo all'Adnkronos Salute è Giorgio Minotti, ordinario di Farmacologia e preside della Facoltà di Medicina del Campus Bio-Medico di Roma, analizzando vizi e virtù delle potenziali armi contro il nuovo coronavirus.

"Iniziamo con gli antivirali tradizionali, come il remdesivir o la combinazione anti-Hiv lopinavir/ritonavir: hanno mostrato una qualche efficacia", e sulle riviste scientifiche emergono i primi dati contro Covid-19. Nel secondo caso, uno studio ha segnalato risultati deludenti, mentre su remdesivir ci sono dati preliminari interessanti ed è partito anche uno trial italiano in 12 centri.

Quanto "all'Avigan, o favipiravir, dobbiamo essere chiari: è un antivirale approvato solo in Giappone, di cui abbiamo una conoscenza scarsissima. In Cina ci sono evidenze su una trentina di pazienti Covid, in un gruppo di 80 coinvolti in un mini-studio: il medicinale avrebbe accelerato il recupero, se somministrato precocemente. Ma tutti gli antivirali della generazione degli antiretrovirali - avverte il farmacologo - hanno qualche effetto collaterale importante. Dobbiamo essere consapevoli che il livello di incertezza sugli esiti è obiettivamente alto".

"Quanto all'anti-artrite tocilizumab, e agli altri anticorpi monoclonali come eculizumab, hanno un razionale interessante, che appare fondato. Nel primo caso si è parlato di un anti-artrite, ma si tratta anche di un farmaco contro il recettore dell'interleuchina-6 usato nei pazienti oncologici trattati con terapia Car-T, per evitare il rischio di un effetto collaterale importante, che causa compromissione cardio-respiratoria", spiega Minotti. Non è un caso che a metterne in luce le potenzialità in Italia sia stato proprio un oncologo, Paolo Ascierto del Pascale di Napoli. "Il meccanismo d'azione è davvero interessante, come pure il razionale". E lo studio in corso in Italia permetterà di valutarne appieno gli effetti, contro le forme gravi di polmonite da Covid-19.

"C'è poi la clorochina, o meglio l'idrossiclorochina, un antico anti-malaria dalle tante azioni: sembra ne abbia una diretta sull'assemblaggio delle componenti del virus, e anche altre indirette che ne ostacolano la replicazione nella cellula. Il problema è che i dati sui pazienti Covid sono limitati, poco più che segnalazioni aneddotiche". Sarebbe invece importante "che le informazioni sull'effetto potenziale di farmaci già noti contro i virus fosse costantemente raccolta in centri specializzati, dal nostro Spallanzani, al Pasteur, analizzate e valutate da esperti per essere messe a disposizione in caso di emergenza". Una sorta di banca dati ad hoc.

"C'è infatti una pericolosa tendenza a sottovalutare il rischio di emergenze sanitarie legate a patologie infettive. Avere una banca-dati con potenziali armi a disposizione, già analizzate, sarebbe utilissimo", insiste Minotti. E questo anche se "la vera arma contro Covid-19 è il vaccino. Ma, come dice il nostro esperto Rino Rappuoli, non avremo niente prima del 2021. Anche se c'è stata una chiamata alle armi e lo Stato italiano ha risposto con il progetto Cnr-Spallanzani".



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