La 'giungla' delle società medico-scientifiche in Italia, nessun registro le certifica

Una stima ne indicava 700-800, solo 154 sono affiliate alla Fism

MEDICINA
La 'giungla' delle società medico-scientifiche in Italia, nessun registro le certifica

Promuovono la ricerca e la divulgazione della medicina, organizzano congressi ed eventi e possono esprimere pareri o emanare linee guida nel proprio ambito di competenze. Sono le società scientifiche italiane, nel nostro Paese una 'giungla' di sigle e nomi, di cui non si conosce il numero esatto. E senza regole. Nel 2004 ci aveva provato l'allora ministro della Salute Girolamo Sirchia, con un decreto che doveva stabilire i requisiti che dovevano possedere le società scientifiche e le associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie. Il numero stimato allora era di 700-800. Il decreto fu poi bocciato dalla Consulta e oggi non esiste un censimento o un registro che certifica le società scientifiche che operano in Italia.


Spesso dietro alcune sigle si nascondono pochi iscritti, nessuna attività scientifica e siti web fermi da tempo. Una guida in questa giungla è la Fism, la Federazione delle società medico-scientifiche italiane, che raccoglie 154 società affiliate: "Rappresentiamo l'80% delle società scientifiche italiane con lo scopo di condividere informazioni ed esperienze, di comunicarle attraverso riviste e attività congressuale coordinata e di diventare un interlocutore stabile delle istituzioni", spiega all'Adnkronos Salute Franco Vimercati, presidente della Fism.

"Oggi il numero esatto delle società - prosegue - non è documentabile. Il decreto Sirchia del 2004 puntava a mettere ordine nel settore e all'epoca avevano fatto richiesta 700-800 soggetti, ma c'era un po' di tutto. Come Fism insieme al ministero della Salute stiamo lavorando per arrivare a un documento che possa indicare i requisiti di trasparenza necessari per operare come società scientifica". Vimercati non si sbilancia sulla tempistica e non vuole andare oltre sul progetto a cui sta lavorando la Fism con l'obiettivo di mettere ordine nella giungla di sigle.

Per chiedere l'affiliazione alla Fism le società scientifiche devono essere in possesso di alcuni parametri che riguardano l'attività (i congressi e le pubblicazioni), il bilancio (deve essere trasparente e riportare tutte le voci), il numero dei soci (congruo) e le quote pagate. "Se arriva una società che ha 5 iscritti ed è stato costituita ieri - osserva Vimercati - di certo non ha le carte in regola. Almeno deve avere tre anni di anzianità". Il decreto Sirchia evidenziava già nel 2004 uno dei problemi chiave del settore: "Sono presenti in Italia numerose società scientifiche, alcune delle quali, per numero di associati, ambiti specifici di attività, finalità istituzionali e rapporti con il mondo del farmaco e dei dispositivi medici - riportava il testo - non possono svolgere correttamente o compiutamente le proprie funzioni".

"Oggi gestire una società scientifica anche piccola non è facile - sottolinea Vimercati - dovrebbe vivere delle iscrizioni perché sono associazioni senza scopo di lucro. Per questo si tende ad unirsi tra più realtà, ci sono società storiche con migliaia di iscritti come quelle di radiologia, oculistica e ortopedia. E spesso all'interno hanno accolto altre piccole società. La Soi, Società oftalmologica italiana, è un esempio virtuoso in questo senso".

Per puntare sulla trasparenza in fatto di sponsorizzazioni di eventi e congressi, e dare la possibilità ai pazienti e cittadini di orientarsi nella 'giungla' delle società scientifiche, la Fism sta realizzando dei progetti 'ad hoc': "Stiamo elaborando un monitoraggio dei media per parole chiave - sottolinea Vimercati - che ci permetterà di identificare alcuni temi medico-scientifici di cui si parla sui giornali e predisporre, nel caso sia necessaria, una risposta scientifica valida e certificata. Il caso delle protesi Pip o il metodo Stamina - ricorda - devono dare riflettere su come sono veicolate le informazioni sui media".

"Spesso sono delle società di corporazioni. Bisogna sempre distinguere tra chi fa ricerca e vale da un punto di vista scientifico e chi invece fa poco. E' anche vero che ce ne sono alcune che hanno meriti insindacabili e pubblicano su riviste prestigiose come 'Nature' o 'Science'. Ma altre danno contributi inesistenti e spesso la scienza è usata e abusa. Per evitare questo ci vuole una buona selezione nella divulgazione e gente preparata", è il parere di Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano.

"Le società scientifiche sono una ricchezza straordinaria per il legislatore e, se funzionano bene e rappresentano per davvero la comunità scientifica di riferimento, sono una fonte autorevole per la produzione e la circolazione delle informazioni", afferma Pierpaolo Vargiu, presidente della Commissione Affari sociali della Camera, evidenziandone il "ruolo di grande responsabilità, decisivo in una fase in cui troppi falsi miti e tabù minacciano la corretta sensibilizzazione del cittadino-paziente, alimentando demagogicamente sfiducia e rassegnazione e influenzando negativamente chi decide in un ambito così delicato e sentito come la sanità".

A invocare regole all'insegna di una maggiore trasparenza è Andrea Lenzi, presidente eletto della Società italiana di endocrinologia e presidente del Cun, il Consiglio universitario nazionale: "Se le società scientifiche hanno un numero elevato di associati, fanno ricerca scientifica, hanno un board di esperti importante e autorevole, vuole dire che lavorano e sono importanti. Se non ci sono questi requisiti, se non sono chiari i finanziamenti e i bilanci, inizio a preoccuparmi. Servono regole come in tanti settori della società. Anche sulle sponsorizzazioni, che non devono essere demonizzate, ma chiare e limpide. Così da evitare e prevenire situazioni di lucro e aiutare la ricerca e le borse di studio".



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