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L'intelligenza artificiale piace agli italiani, per 8 su 10 aiuterà la medicina

MEDICINA
L'intelligenza artificiale piace agli italiani, per 8 su 10 aiuterà la medicina

(Fotogramma)

Non pare esserci rivalità tra uomo e robot quando si pensa alla salute. Per gli italiani, infatti, quella con le nuove tecnologie è piuttosto un'alleanza in cui riporre grandi speranze: quasi 8 su 10 (il 77%) ritengono importante che l'Ai, l'intelligenza artificiale, venga utilizzata di più nella medicina del futuro. E' quanto emerge da un'indagine condotta dall'istituto Eikon su mille italiani dai 18 ai 65 anni - un campione rappresentativo della popolazione nazionale - presentata oggi all'UniCredit Pavillon di Milano durante l'ottava cerimonia di premiazione dei 3 bandi di concorso Fellowship Program, Community Award Program e Digital Health Program, finanziati da Gilead in Italia per sostenere la ricerca nei settori dell'infettivologia e dell'oncoematologia.


"Fiducia e ottimismo sono i sentimenti più rappresentati quando parliamo di innovazione e salute", riferisce Cristina Cenci di Eikon. In particolare "la tecnologia digitale è percepita come uno strumento potente per migliorare la sanità: dai servizi alle prestazioni, minimizzando i tempi e gli errori". Il 90% dei connazionali crede che il digitale sia già riuscito a migliorare la vita e il 95% è convinto che continuerà a farlo. Il 9% di scettici, che finora non vedono benefici, scende al 4% pensando agli anni a venire. A 4 su 10 (39%), addirittura, piacerebbe vivere in un mondo in cui la maggior parte dei bisogni di salute è gestita dalle nuove tecnologie.

Il 58% degli abitanti della Penisola confida che potranno favorire l'accesso alle prestazioni sanitarie, mentre per il 47% ridurranno l'errore umano. Dall'e-health ci si aspetta una mano soprattutto nel monitoraggio delle malattie (33%), nella diagnosi (25%) e nella vita quotidiana. Seguono la prevenzione, il miglioramento delle cure, la scoperta di nuovi farmaci. L'onda hi-tech sembra cambiare anche il dialogo medico-paziente: siccome lo strumento digitale più amato dagli italiani si conferma lo smartphone (89%), anche se i canali classici (visita in ambulatorio e telefonata) resistono, WhatsApp ha ormai superato le e-mail nella comunicazione con il camice bianco.

I device indossabili per monitorare la salute non sono ancora diffusissimi: il 62% degli italiani non li usa, il 21% li utilizza e il 17% prevede di farlo. E se poco più di uno su 5 (22%) ha già ricevuto una diagnosi a distanza, l'80% dice che si tratta comunque di un'opzione positiva.

Zoomando sull'intelligenza artificiale, il fatto che permetta di raccogliere e trattare una grande quantità di dati personali non preoccupa il 69% dei connazionali, anche se il 39% di questi vorrebbe sapere come vengono impiegati. Il 62% vede positivamente le potenzialità dell'Ai nel campo della medicina predittiva, la possibilità cioè di anticipare la malattia di una persona e la sua prognosi in base ai fattori di rischio che presenta. Quanto alla raccolta di dati genetici, per circa uno su 2 (48%) è un'opportunità.

Non manca tuttavia qualche dubbio: il 51% ha paura di perdere il contatto umano con il medico, mentre il 36% teme che un robot non possa avere l'esperienza e la capacità di intuizione di un dottore in carne e ossa. Regna poi parecchia confusione sui termini: nonostante la maggioranza del campione sostenga di sapere cos'è l'Ai e si ricordi per esempio che alla fine degli anni '90 Deep Blue, un computer, sconfisse il maestro di scacchi Garry Kasparov, quando viene chiesto di associare delle parole all'intelligenza artificiale le risposte sono computer, robot, futuro, tecnologia. Pochi dicono algoritmo, cervello, efficienza.

Passando dalla 'vox populi' all'opinione degli specialisti in materia, accanto alle oggettive potenzialità offerte dall'Ai spuntano anche inviti alla cautela. Amedeo Cesta, dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche, premette che "ogni grande innovazione del passato ha avuto certamente un impatto sulla vita dell'uomo: è accaduto con l'invenzione della stampa, con la rivoluzione industriale o con l'avvento dell'auto, soltanto che non ce lo ricordiamo". Ma pur precisando di non credere allo scenario apocalittico descritto da più parti, con eserciti di robot pronti a rubare il lavoro agli umani, l'esperto del Cnr lancia comunque un monito: "L'impatto complessivo del fenomeno va governato".

Un'indicazione su tutte è quella di "orientare la ricerca sull'intelligenza artificiale in direzioni socialmente rilevanti", monitorando il progresso tecnologico con "un osservatorio continuo". Un altro invito è rivolto all'Ue che, di fronte alla "politica aggressiva del governo cinese intenzionato a fare del Paese il leader della ricerca di settore entro il 2040", comprensibilmente "ha avuto una reazione varando numerose iniziative: si vince solo uniti", avverte Cesta, certo che per indirizzare il futuro "anche la cultura italiana di stampo umanistico potrà rivelarsi utile".

Concorda con la necessità di "governare e orientare il fenomeno" specie nei suoi risvolti medici Riccardo Bellazzi, del Laboratorio di informatica biomedica 'Mario Stefanelli' dell'università degli Studi di Pavia. Nel suo excursus lo specialista elenca i traguardi già raggiunti dall'intelligenza artificiale in medicina - dal via libera della Fda americana all'uso di uno strumento basato sull'Ai per la diagnosi della retinopatia diabetica, a uno studio apparso su 'Nature' sulle potenzialità della rete neurale profonda nel classificare i tumori della pelle - ma ricorda anche che quest'anno 'Jama' ha pubblicato un editoriale e due view point sul tema.

Bellazzi ammonisce: "L'Ai va vista come uno strumento e i medici devono essere coinvolti per adattarla" alle necessità nella diagnosi delle malattie, nella medicina predittiva, nella raccolta di dati generati dai pazienti. L'esperto rammenta che "in passato il 'deep learning' ha già vissuto un paio di sconfitte storiche" e viene naturale chiedersi "se la medicina sarà forse la sua Waterloo".

Come evitarlo? Per un uso corretto dell'intelligenza artificiale in sanità, suggerisce, bisogna tenere presente innanzitutto che "il processo di cura è molto complesso", che la scelta dei dati da raccogliere si inserisce "nell'ambito di un processo decisionale articolato", e che "per non sbattere contro un muro" la parola d'ordine è "modellizzazione". La sfida, conclude Bellazzi, "è costruire sistemi trasparenti di supporto alle decisioni del medico in cui l'algoritmo rappresenti solo una parte". Robot 'con' l'uomo, non al suo posto.



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