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Influenza, primi 125 mila casi

SANITÀ
Influenza, primi 125 mila casi

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I virus influenzali cominciano ad alzare la testa nel Belpaese. Sono già 125 mila in tutto gli italiani che si stima siano stati colpiti dall'inizio della sorveglianza epidemiologica, circa 71 mila nell'ultima settimana osservata, dal 22 al 28 ottobre. Sono i dati che emergono dal bollettino della rete Influnet coordinata dall'Istituto superiore di sanità, con il sostegno del ministero della Salute e il contributo dei camici bianchi 'sentinella', medici di famiglia e pediatri di libera scelta delle varie regioni. Secondo il report, l'attività dei virus influenzali è ai livelli di base in tutte le regioni italiane (anche se, si puntualizza, non tutti i medici partecipanti alla sorveglianza hanno reso disponibili i dati raccolti).

Rispetto alla precedente settimana, quando i casi stimati erano quasi a quota 55 mila, si comincia a intravedere un aumento, complice forse anche il maltempo che ha investito la Penisola. Il valore dell'incidenza totale è pari a 1,17 casi per mille assistiti (nella settimana precedente era a 0,91). Nella fascia d'età 0-4 anni si sale a 2,36 casi per mille assistiti. Guardando alle varie situazioni regionali, l'incidenza complessiva più alta si osserva al momento in Abruzzo (3,63 casi per mille assistiti) e Lombardia (2,25), la più bassa in Veneto (0,26) e Campania (0,30).

"VACCINATEVI", L'APPELLO DEL VIROLOGO ANCHE AI MEDICI - Dopo il primo 'schiaffo' dal meteo che in questi giorni ha portato giù le temperature, "in Italia la situazione sul fronte dell'influenza è ancora tutto sommato 'tranquilla'. Si registra un lieve aumento dell'attività dei virus stagionali legato all'andamento meteorologico e a una conseguente facilitazione della diffusione. E' questo il momento giusto per vaccinarsi". A fare il punto con l'AdnKronos Salute, lanciando anche un richiamo sull'importanza dell'iniezione scudo e dell'adesione alla campagna antinfluenzale appena partita, è il virologo dell'università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco, che rivolge un appello in particolare ai camici bianchi e agli operatori sanitari: "Dovrebbero, come gesto di responsabilità professionale, vaccinarsi".

L'esperto, direttore sanitario dell'Istituto ortopedico Galeazzi del capoluogo lombardo, spiega che "siamo ancora lontani dalla stagione epidemica vera e propria. In compenso, però, ci infastidiscono alla grande le forme 'simil-influenzali', grazie agli sbalzi termici" registrati nei giorni scorsi "che favoriscono" i cosiddetti 'virus cugini'. "Sono forme comunque da non sottovalutare", avverte. Quanto alla "vera influenza", ricorda Pregliasco, "arriverà quando la temperatura si mantiene rigida per un discreto periodo di tempo".

Vaccinarsi, torna a ribadire lo specialista, "è importante. Abbiamo registrato un lieve miglioramento nell'adesione da parte degli ultra 65enni. Rimane invece bassa la quota dei più giovani, con problematiche cardiache e respiratorie croniche. E lo stesso vale per il personale sanitario che, ripeto, dovrebbe al contrario immunizzarsi per responsabilità professionale".

"VACCINI IN RITARDO", L'ALLARME DEI MEDICI DI FAMIGLIA - "I medici di famiglia avrebbero dovuto ricevere gli antinfluenzali a metà ottobre. Ma in molte aree non sono stati ancora distribuiti. E alcuni dovranno ancora aspettare anche 10 giorni". A lanciare l'allarme è il segretario generale dei medici di medicina generale della Fimmg, Silvestro Scotti, che denuncia in molte zone d'Italia ritardi nelle consegne dei vaccini negli ambulatori dei dottori di famiglia che quest'anno sono stati investiti dalla nuova Convenzione di un ruolo maggiore nella campagna vaccinale. Ma a queste condizioni, avverte, per le vaccinazioni antinfluenzali dal medico di famiglia "si rischia il buco nell'acqua" e anche 'effetti collaterali' organizzativi controproducenti.

"Io stesso a Napoli li attendo per il 5 novembre", spiega Scotti all'AdnKronos Salute. E in altre Asl italiane "ci sono colleghi che li riceveranno il 12 novembre", aggiunge il segretario sottolineando che il ritardo non è un problema da poco: una volta vaccinato, infatti, il paziente è immune dopo 15 giorni e quindi si allunga il periodo in cui è possibile contrare l'infezione . Inoltre, per i medici di famiglia si riduce il tempo disponibile per organizzare e praticamente la vaccinazione.

"Ci lamentiamo per la scarsa copertura - osserva Scotti - ma poi abbiamo questi problemi che rischiano di far crescere la diffidenza. Più probabile se, dopo il vaccino, ci si ammala prima dei 15 giorni in cui l'immunizzazione funziona. E questo è un danno enorme, considerando quanto è stato necessario lavorare per vincere il 'sospetto' contro le vaccinazioni cresciuto in questi anni".

Al momento, racconta Scotti, "i pazienti più attenti e informati già telefonano per farsi vaccinare. Ma io potrò vaccinarli solo dopo la consegna del vaccino cercando di risolvere i problemi organizzativi che il ritardo crea. Dal punto di vista pratico, per esempio, nel mio ambulatorio, considerando anche l'afflusso maggiore dei mesi invernali, dedico il sabato alla vaccinazione in modo da favorire chi lavora. Ma se il vaccino arriva nella seconda settimana di novembre, considerato che la campagna vaccinale si chiude il 31 dicembre, il numero di settimane a disposizione si riduce. Noi ci crediamo, continuiamo a crederci e faremo il nostro dovere. Ma questo ritardo - ripete - non ci facilita il compito".

Il segretario Fimmg rileva inoltre un altro problema "organizzativo e indipendente dalla volontà dei medici di famiglia", che rischia di 'favorire atteggiamenti anti vax. "Abbiamo notato - riporta - che le Asl scelgono più spesso vaccini trivalenti rispetto ai quadrivalenti. Eppure negli ultimi anni abbiamo visto che l'influenza si è presentata con una variazione di un antigene che rende il quadrivalente più utile per garantire la copertura. Il trivalente costa meno, ma diventa una specie di scommessa: se l'influenza arriva senza la variazione la scommessa è vinta e si è risparmiato, ma se arriva con la variazione anche chi si è vaccinato potrebbe ammalarsi. E questo pone un serio problema di fiducia nella vaccinazione".

"La scelta del vaccino, a mio avviso - conclude Scotti - deve tener conto del lavoro che si è fatto per convincere e far crescere la fiducia, che rappresenta un capitale fondamentale per raggiungere una buona copertura".

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