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I medici, legge su eutanasia? Vale il codice deontologico

SANITÀ
I medici, legge su eutanasia? Vale il codice deontologico

di Barbara Di Chiara


Il Codice di deontologia medica "impedisce di effettuare e/o favorire atti finalizzati a provocare la morte del paziente. Nel contempo impone al medico di rispettare la dignità del paziente evitando ogni forma di accanimento terapeutico. Ove il legislatore ritenga di modificare l'art. 580 del Codice penale, e quindi di non ritenere più sussistente la punibilità del medico che agevoli 'in qualsiasi modo l'esecuzione' del suicidio, restano valide e applicabili le regole previste dal Codice deontologico". E' quanto sottolinea la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) in una comunicazione sul tema del suicidio assistito, in possesso dell'AdnKronos Salute, inviata a tutti gli Ordini provinciali e al presidente del Comitato nazionale di bioetica, Lorenzo D'Avack.

"L'entrata in vigore di nuove norme legislative - evidenzia la Federazione, mentre in Parlamento sono in corso le audizioni sulle proposte di legge sulla liceità dell'eutanasia, nelle quali saranno ascoltati anche i medici nei prossimi giorni - necessita di un confronto costante e di un vaglio attentissimo, non implicando automatici cambiamenti della disciplina deontologica".

La Consulta deontologica nazionale della Fnomceo, che ha emanato un parere su questo tema, "ritiene che la norma deontologica, a prescindere dalla natura giuridica o extra giuridica della stessa, costituisca la regola primaria alla quale il primario debba ispirare il proprio comportamento. A riguardo, il Codice di deontologia medica norma l'agire del medico sia mediante un comportamento professionale ispirato alla palliazione, sia mediante il bando a ogni forma di futilità terapeutica. In ottemperanza dell'autodeterminazione del paziente da un lato, e nel rispetto della clausola di coscienza del medico dall'altro, l'attuazione della volontà del paziente nel rifiutare le cure pone il ricorso alla sedazione profonda medicalmente indotta, come attività consentita la medico in coerenza e nel rispetto dei precetti deontologici".

Il Codice, secondo la Fnomceo, "costituisce la regola fondamentale e primaria che guida l'autonomia e la responsabilità del medico, alla quale egli deve ispirare il proprio comportamento in materia di cura e, più in generale, di salute, rappresentando altresì una protezione del professionista e del paziente rispetto a interventi del potere politico o di altri poteri dello Stato. Sta proprio qui il nucleo della connotazione di autonomia che qualifica la disciplina deontologica, assoggettabile al sindacato giurisdizionale soltanto quando violi precetti costituzionali o principi generali dell'ordinamento, ovvero quando incida su oggetti estranei al campo deontologico".

La Federazione rivendica "con forza la necessità di dotare il Servizio sanitario nazionale di un compiuto e omogeneo sistema di cure palliative quale presupposto per offrire al paziente e alla sua famiglia il miglior accompagnamento e sostegno possibile alla fase terminale della vita. Questo anche per evitare che la richiesta suicidaria possa essere motivata dalla carenza di cure e dal non prendersi cura sul piano clinico, spirituale e sociale". Infine, si precisa, "non è eludibile la facoltà del medico d'agire in rispetto della clausola di coscienza, o addirittura, ove fosse normata, a esprimere obiezione".

"Il dibattito è aperto - sottolinea Filippo Anelli, presidente Fnomceo - la crescita dei diritti nel nostro Paese è un percorso che non si ferma e progredisce sempre e questo ci porterà ad approfondire queste tematiche, su cui faremo anche un convegno, che porti a dare indicazioni precise anche per una modifica, se fosse necessario, del Codice deontologico, come già avvenuto nel passato. Non c'è una pregiudiziale chiusura nei confronti di questo, ma non si può non tener conto che c'è un divieto 'vecchio' di migliaia di anni sul tema della morte. Attualmente abbiamo un Codice deontologico che all'art. 17 prevede che non bisogna porre in essere o favorire atti che inducano la morte. Questo è un principio classico della medicina sin da Ippocrate. Il problema che ci poniamo non è tanto quello del provocare o favorire la morte, quanto quello di provare a dare un significato alla dignità della persona. In questo senso il Codice è ricco di spunti e di sollecitazioni per i medici che devono, anche nei momenti più delicati, di sofferenza insostenibile, mettere in atto tutte le strategie possibili affinché il paziente trovi ristoro. Con strumenti che oggi la medicina mette a disposizione e che possono arrivare fino alla sedazione profonda, quando la sofferenza nuoce ed è insostenibile".

"Pensiamo, quindi - sottolinea Anelli - che i principi del Codice deontologico siano oggi in grado di soddisfare queste valutazioni e che in qualche maniera rispondano ai principi costituzionalmente tutelati della nostra Carta, relativi al rispetto dell'autodeterminazione e della dignità della persona. Ma riteniamo che il medico sia anche un cittadino e non gli può essere imposto di effettuare un atto professionale, se in contrasto con la sua coscienza e con i dettami della scienza. In questa duplice valutazione va trovato un equilibrio, rimanendo sempre a fianco del malato. Apriremo un dibattito all'interno della professione - conclude - e penso che in questo momento gli strumenti che abbiamo a disposizione sono in linea con molti Paesi europei: possiamo dare risposte per governare anche le richieste più complicate. Anche l'obiezione di coscienza è un diritto che dovrà essere considerato, perché il medico - ribadisce - è un cittadino e come tale ha diritto al rispetto delle sue convinzioni profonde.

"Il fatto che il presidente degli Ordini dei medici affermi che il Codice deontologico sia superiore a una legge dello Stato è un fatto grave, perché vorrebbe dire che i medici non sono soggetti alle leggi dello Stato", affermarlo Mario Riccio, consigliere generale dell'Associazione Luca Coscioni, primario di Anestesia e Rianimazione e già medico-anestesista di Piergiorgio Welby. "L'articolo 17 del Codice deontologico medico - evidenzia - è molto chiaro e vieta ogni atto finalizzato alla morte, anche richiesto del paziente. Ma abbiamo esempi storici chiari in cui il Codice deontologico è stato modificato, ad esempio con l'entrata in vigore della legge sull'aborto. Prima il Codice vietava di eseguire interruzioni volontarie di gravidanza, ma nel momento in cui la normativa dello Stato ha introdotto questa possibilità, l'articolo fu abolito e doverosamente andrebbe fatto lo stesso con un'eventuale legge sul suicidio assistito. Anche perché - osserva Riccio - la conseguenza di una violazione del Codice di deontologia è la radiazione dall'Albo, per cui i medici" che vogliano invece praticare l'eutanasia "perderebbero il loro lavoro. D'altronde, c'è l'obiezione di coscienza a mettere al riparo i medici, e io personalmente sono favorevole alla sua applicazione anche in questo campo".

"Qualsiasi professione esercitata su di un territorio - aggiunge infine Filomena Gallo, avvocato e segretario dell'associazione Coscioni - è tenuta a rispettare le leggi in materia di quel territorio. In Italia fino ad oggi è stata vietata l'eutanasia, i medici sono tenuti a rispettare il divieto, che è riportato anche nel loro codice deontologico. Nel momento in cui una legge prevederà la legalizzazione dell'eutanasia, i medici saranno tenuti a osservare la legge dello Stato e il codice deontologico dovrà essere aggiornato in linea con le norme italiane. Se così non fosse, potrebbe essere annullata la parte del divieto tramite azione giudiziaria".



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