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Coronavirus, "tanti morti in Italia? Non è solo per l'età"

SANITÀ
Coronavirus, tanti morti in Italia? Non è solo per l'età

Credit Niaid-Rml

di Paola Olgiati


"Con tutti i limiti che potrebbero avere, i dati disponibili indicano che la letalità dei casi clinici" di nuovo coronavirus, relativa cioè ai malati che arrivano all'attenzione di una struttura sanitaria, "in Italia appare particolarmente elevata. Con 148 morti su 3.858 contagi (dati del 5 marzo, ndr) è intorno al 3,8%: circa 5 volte più alta rispetto ad altri Paesi dell'Europa occidentale e alla Corea del Sud, dove si colloca tra lo 0,5% e l'1%". Perché? "L'interpretazione di questo dato è irta di difficoltà", ma il fatto che siamo un Paese di 'tempie grigie' non c'entra secondo Carlo La Vecchia, ordinario di Epidemiologia all'università degli Studi di Milano: "L'età mediana dell'Italia - sottolinea all'AdnKronos Salute - è pari a 44,5 anni", inferiore per esempio ai "47,1 anni della Germania" e ai "46,1 anni del Giappone. L'attesa di vita in tutte queste nazioni, che riflette il numero di anziani, varia di soli 2-3 anni".

Esaminando i numeri nazionali di Covid-19, l'esperto non nasconde la serietà dell'emergenza in corso. Legata a diversi fattori che, secondo l'analisi raccolta, invitano a riflettere da un lato sulla gestione iniziale del flusso di persone ritornate in Italia dalle aree epicentro dell'epidemia o potenzialmente a rischio, e dall'altro sulla capacità di tenuta del sistema sanitario di fronte a "una cosa che non abbiamo mai visto" e alla quale quindi non era facile prepararsi. Contagiosità elevata, tante polmoniti gravi da trattare, pochi reparti ospedalieri realmente attrezzati per farlo. "Nonostante il comportamento eroico dei camici bianchi in prima linea, che molto spesso stanno lavorando in condizioni di non sicurezza", evidenzia La Vecchia, "abbiamo un sistema sanitario che fa un'enorme fatica a reggere" l'impatto di tanti casi di "un virus nuovo".

"Oltre alle protezioni per gli operatori sanitari", riflette il docente, in Italia "potrebbero esserci difficoltà negli utilizzi di sistemi di ventilazione meccanica a pressione positiva continua (C-Pap), utili per superare l'insufficienza respiratoria acuta nei casi di polmonite". Anche se, puntualizza, "non sappiamo ancora cosa succederebbe in altri Paesi europei se avessero dati simili ai nostri".

Premesso che "non è e non sarà la fine del mondo", tiene a precisare La Vecchia osservando che "la stragrande maggioranza di noi probabilmente farà questa infezione senza accorgersene, l'epidemiologo ammette tuttavia "una situazione italiana particolarmente seria". Con una "letalità dei casi clinici" che in Lombardia si poteva calcolare il 5 marzo intorno al 4,3% (2.251 casi positivi e 98 morti).

Se dunque per l'esperto non è tempo di alimentare allarmismi inutili e controproducenti, non è nemmeno il caso di minimizzare: preoccupa infatti fra le altre cose anche "la prevalenza dell'infezione, che in Italia appare molto alta: quasi 4 mila contagi contro gli 80 mila della Cina che ha un numero di abitanti 25 volte superiore al nostro. In proporzione - calcola - è come se avessimo 100 mila casi contro i loro 80 mila".

Ma cosa dobbiamo aspettarci adesso? Difficile dirlo, risponde La Vecchia, trattandosi di "un nemico nuovo" la cui circolazione "non sappiamo quanto durerà", anche se "è possibile" che l'aumento delle temperature legato all'avvicendarsi delle stagioni aiuti. E le restrizioni adottate e tanto dibattute avranno l'efficacia sperata? Per contenere il nuovo coronavirus "la Cina ha chiuso un territorio corrispondente al 3% della popolazione totale e possiamo dire - conclude l'epidemiologo - che in 2 mesi questo ha indubbiamente avuto un effetto positivo".



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