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Saviano: "A 'Gomorra' non esiste solo il male ma determinante non avere un eroe positivo"

15 novembre 2021 | 16.54
LETTURA: 2 minuti

Lo scrittore: "Emulazioni? Nessuno è diventato camorrista dopo aver visto 'Gomorra', come nessuno si è fatto prete dopo aver visto 'Don Matteo'..."

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Roberto Saviano (a sinistra) con Marco D'Amore e Salvatore Esposito (a destra) - (foto AdnKronos)

"A 'Gomorra' esiste solo il male? Tutt'altro! E' proprio quel buio, sono proprio quelle ombre, che premettono di intravedere la luce del bene. Ma è determinante che non ci sia un eroe positivo, è determinante descrivere il male a prescindere dal bene: il meccanismo consiste proprio nel non dare al telespettatore un 'cibo già masticato'...". E' quanto spiega lo scrittore Roberto Saviano, autore del romanzo 'Gomorra' da cui è stata tratta la serie tv su Sky, intervenendo al teatro Brancaccio di Roma alla presentazione della stagione finale.

Il male è destinato a vincere, in assenza del bene? "No - sottolinea Saviano - I protagonisti sono già sconfitti e loro stessi lo sanno; la loro potenza rivela e riconosce al tempo stesso la loro impotenza a farcela: chi agisce come loro sa di avere già perso, cogliendo un destino drammatico".

Ma, aggiunge, "la presenza dello Stato, sia essa attraverso la giustizia o il carcere o la polizia, è articolata esattamente dal punto di vista criminale, non da quello del cittadino-telespettatore. Rischio di emulazione? Nessuno è diventato camorrista dopo aver visto 'Gomorra', come nessuno si è fatto prete dopo aver visto 'Don Matteo'...", rintuzza la ricorrente polemica Saviano.

Ma, giunti alla fine, quanto è rimasto della traccia originaria segnata dal romanzo e quanto si potrebbe immettere dopo la serie in un ipotetico romanzo riveduto, corretto e integrato? "Dal racconto del libro sono gemmate nuove storie e soltanto una serialità poteva permetterlo - osserva Saviano - Ma la narrazione è stata costruita per raccontare il nostro tempo, il denaro e il potere, la filosofia del 'o freghi o sei fregato', senza dare tregua, anche dal punto di vista del linguaggio, un dialetto napoletano stretto anziché la lingua italiana".

Così, "allo spettatore viene detto: 'ecco il tuo Paese, ecco il tuo mondo nel tuo tempo', che non può ridursi a un simbolo o a un gesto". Ricordando che "solo vedendo quel mondo criminale e raccontandolo, lo si può smontare, dando uno strumento per capire quel male. Se si decide di illuminare un frammento di verità, è per farlo emergere e non tenerlo più nell'ombra. Del resto, con le faide in corso, l'orizzonte criminale del racconto è assolutamente attuale", sottolinea Roberto Saviano.

(di Enzo Bonaiuto)

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