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Scandalo Vaticano, richiesta giudizio. Becciu oppone segreto Stato su Marogna: "Papa era d'accordo"

03 luglio 2021 | 14.52
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I magistrati: "Inaccettabile il segreto su spese che non possono essere ricondotte a intelligence"

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(Fotogramma)

Si è trincerato dietro il segreto di Stato, chiamando in causa anche il Papa, il cardinale Angelo Becciu alla richiesta degli inquirenti vaticani di fare chiarezza sui rapporti con Cecilia Marogna, accusata di peculato con l'ex Sostituto in relazione ai 575mila euro a lei versati dalla segreteria di Stato che, a detta dell'accusa, sarebbero stati spesi in beni di lusso.

In una dichiarazione riportata nella richiesta di citazione a giudizio dell'Ufficio del promotore di Giustizia vaticano, Becciu spiega: “Negando categoricamente di aver mai, contrariamente a quanto contestato, sottratto, appropriandomene e convertendola in profitto, la somma di 575.000 euro contestata (o, per vero, qualsiasi altra), ritengo, ai sensi dell'art. 248, c. 2, c.p.p., e soprattutto in coscienza, di non poter essere interrogato su questi fatti e circostanze e sulle decisioni assunte, peraltro concordati con il Santo Padre, perché costituenti segreto politico concernente la sicurezza dello Stato”.

Quanto alla manager cagliaritana, pur non avendo acconsentito a farsi interrogare dagli inquirenti vaticani la sua versione l'ha data ai giornalisti di Report, spiegando, si riporta nella richiesta, "che era stata incaricata dal Cardinale di svolgere attività di dossieraggio, su figure interne al Vaticano, a mo’ di servizio segreto parallelo".

Nella sua dichiarazione, Becciu ha spiegato di aver conosciuto Cecilia Marogna nel 2016 quando, "presentatasi al suo Ufficio per proporre servizi di intelligence la dirottò alla Gendarmeria": “Conobbi la Signora Marogna nell'ottobre del 2016, a seguito di una sua richiesta di presentazione nella quale ella si introduceva quale esperta di diplomazia e servizi di intelligence. Accondiscesi ad un incontro conoscitivo, anche dopo aver acquisito informazioni da fonti privilegiate, come mio costume nel caso di presentazioni per motivi di ufficio, sulla effettiva conoscenza della Signora e della sua competenza a conoscere e trattare di siffatti argomenti. Nel corso dell'incontro, la Signora mi illustrò le proprie competenze e ne discorremmo genericamente. Alla conclusione, tuttavia, le partecipai la inutilità, allo stato, per il mio Ufficio, di una simile figura professionale, invitandola a rivolgersi, eventualmente, agli Uffici di Gendarmeria, che mi pareva potessero, per ragioni di materia, essere un interlocutore più qualificato”.

"In disparte le esigenze del Segreto di Stato, che questo Ufficio non intende evidentemente mettere in discussione - sottolineano gli inquirenti vaticani nella richiesta -, quel che chiaramente non è accettabile sul piano logico, né plausibile su quello giuridico, è che possano essere ritenute coperte da segreto spese che, con tutti gli sforzi del caso, in nessun modo possono essere ricondotte ad attività di intelligence".

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