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Scattone: "Non sono sereno, rinuncio alla cattedra"

10 settembre 2015 | 13.38
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Giovanni Scattone (Infophoto) - PRISMA
Giovanni Scattone (Infophoto) - PRISMA

"La mancanza di serenità mi induce a rinunciare all'incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati". E' quanto afferma Giovanni Scattone, l'ex assistente di filosofia del diritto condannato per l'omicidio di Marta Russo, rinunciando alla cattedra che gli era stata assegnata.

"Ho sempre ritenuto che per essere un buon insegnante si debba, anzitutto, essere persona serena - sottolinea Scattone, assistito dal suo legale Giancarlo Viglione - Oggi, in ragione di queste polemiche, non ho più la serenità che mi ha contraddistinto nei dieci anni di insegnamento quale supplente, anni caratterizzati da una mia grande soddisfazione anche e soprattutto legata al costruttivo rapporto instauratosi con alunni e genitori. E allora, se la coscienza mi dice, come mi ha sempre detto, di poter insegnare - spiega - la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all'incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati".

"E così questo Paese mi toglie anche il fondamentale diritto al lavoro. Dopo la tragedia che mi ha colpito - sottolinea Scattone - solo la speranza mi ha dato la forza di andare avanti. Anche oggi vivrò con la speranza che un giorno la parte sana di questo Paese, che pure c'è ed è nei miei tanti ex alunni che in questi giorni mi sono stati vicini e nella gente comune che mi ha manifestato tanta solidarietà, possa divenire maggioranza".

"Con grande dolore e amarezza - aggiunge - ho preso atto delle polemiche che hanno accompagnato la mia stabilizzazione nella scuola con conseguente insegnamento nell'ormai imminente anno scolastico. Il dolore e l'amarezza risiedono nel constatare che, di fatto, mi si vuole impedire di avere una vita da cittadino 'normale'. La mia innocenza, sempre gridata, è pari al rispetto nei confronti del dolore della famiglia Russo. Ho rispettato, pur non condividendola, la sentenza di condanna. Quella stessa sentenza mi consentiva, tuttavia, di insegnare. Ed allora - conclude - sarebbe stato da Paese civile rispettare la sentenza nella sua interezza".

Aureliana Russo, la mamma di Marta, parlando con l'Adnkronos, definisce di "buon senso" la decisione di Scattone - che ha scontato la pena di 5 anni e 4 mesi per l'omicidio colposo di Marta Russo nel 1997 - di rinunciare alla cattedra: "Ha preso una decisione di buon senso. Ha fatto l'unica cosa giusta da farsi. Sono contenta per gli studenti".

"Mi sembra che stavolta sia sensata la decisione che ha preso - osserva la mamma di Marta -. Dice che non è più sereno? Beh, noi non lo siamo più da diciotto anni". La mamma della studentessa assassinata pensa agli effetti di questa decisione: "Sono soprattutto contenta per gli studenti. Sono convinta che anche Scattone debba lavorare, ha scontato la pena. Ma non può essere un educatore. Con quello che ha fatto, questo non è il suo ruolo".

Scattone si è sempre proclamato innocente. "Le indagini - ricorda Aureliana Russo - sono state fatte benissimo. Non sono state condotte in modo affrettato. E poi tre gradi di giudizio, non possono sbagliare. Dunque ripeto: ha fatto l'unica cosa giusta rinunciando alla cattedra".

I genitori di Marta Russo per tanto tempo hanno atteso le scuse da Scattone. Lui però anche oggi ha espresso "rispetto" per il dolore della famiglia della studentessa. I familiari sarebbero pronti a parlare con lui? "Non saprei dire, oggi, - dice Aureliana - se sarei pronta ad accogliere Scattone. Lui non ha mai chiesto scusa ma a questo punto, dopo diciotto lunghi anni, non saprei nemmeno se sarei pronta ad accettare delle scuse, ammesso che arrivassero. L'uccisione di mia figlia è un fatto troppo grave che non si rimargina".

Lancia un appello a favore di Giovanni Scattone don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus che si occupa del recupero delle persone con disagi sociali. "Ha regolato i conti con la giustizia, è giusto che lavori - dice all'Adnkronos - Questa società deve cominciare a essere più umana. Viviamo in una società immatura dove si è più buoni che giusti. Parrebbe una contraddizione ma la verità è che per la maggior parte degli italiani chi ha sbagliato ha sbagliato. Come se non avesse una possibilità di riscatto".

Don Mazzi amplia il suo ragionamento. E riflette sul fatto che chi ha regolato i conti con la giustizia ha diritto a rifarsi una vita e ad essere reinserito in società. "Invece - osserva - siamo una società che applica i diritti a corrente alternata. Quando c'è di mezzo un interesse pubblico, allora abbiamo davanti una società immatura. Impariamo ad accogliere e a reinserire le persone nella società anche quando non ci sono interessi".

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