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Scuola, pediatri: "Urgente riapertura, rischio crisi sociale-educativa"

26 novembre 2020 | 12.59
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(Afp)

"E’ urgente l’apertura delle scuole per evitare che alla crisi sanitaria ed economica se ne aggiunga una educativa e sociale dalle conseguenze pesanti per tutti i bambini. Lo Stato può intervenire, sulla parte economica, con ristori, ma non può sostituire i benefici portati dalla frequenza scolastica. Un bambino di 6 anni non avrà più 6 anni e ciò che perde in questi mesi lo avrà perso per sempre. E' importante valutare, in modo razionale, i costi benefici. E sappiamo con certezza che non usufruire di una scuola 'in presenza' crea danni". E' l'accorato appello di Rino Agostiniani, vicepresidente della Società italiana di pediatria (Sip), alla conferenza di presentazione del Congresso straordinario digitale della Sip, 'La Pediatria italiana e la pandemia da Sars-Cov-2", che si apre domani ed è in programma sino al 28 novembre.

"La scuola è uno dei luoghi più sicuri: ci sono le regole e chi le fa rispettare", sottolinea Agostiniani ricordando che "non mancano i problemi come il trasporto pubblico e il tracciamento, ma è su questi elementi in cui si deve agire". Le infezioni da Sars-Cov-2, ricorda ancora Agostiniani nel corso della conferenza stampa di presentazione del congresso Sip, "sono più basse nei bambini rispetto agli adulti e sembrano seguire la situazione piuttosto che guidarla. E’ più facile che sia un adulto ad infettare un bambino che viceversa. Secondo gli ultimi dati del ministero dell'Istruzione, diffusi il 15 ottobre, gli studenti contagiati erano 5.793, lo 0,08% del totale, i docenti 1.020, cioè lo 0,1%, e il restante personale scolastico 283, cioè lo 0,14%, a testimonianza che le scuole sono luoghi sicuri", conclude Agostiniani sottolineando che, a fronte della forte denatalità del nostro Paese che pesa sul futuro, "disinvestire sull'infanzia è un grave errore".

La pandemia ha avuto effetti negativi anche su alimentazione, stili di vita e disparità sociali nei bambini e ragazzi, denuncia Annamaria Staiano, vicepresidente della Sip. "L'epidemia da Sars-Cov-2 e l'epidemia di obesità, all’apparenza così distanti, sono in realtà strettamente connesse: l’isolamento, la noia, la sedentarietà spingono a un maggior consumo di alimenti calorici favorendo il sovrappeso e l’obesità che a sua volta è un fattore di rischio per il Covid-19", dice Staiano.

Uno studio condotto a Verona su 41 bambini obesi ha evidenziato, durante il lockdown, un incremento significativo del numero di pasti giornalieri e dell’assunzione di patatine fritte, carne rossa e bevande zuccherate, rispetto al periodo precedente la pandemia. Inoltre, è stato descritto un aumento significativo del tempo trascorso davanti allo schermo, associato a una significativa riduzione dell’attività fisica. A risultati simili è giunto un lavoro condotto su 298 bambini spagnoli normopeso che ha anche messo in luce come la riduzione dell’attività fisica era più marcata nei figli di madre straniera o con titolo di studio inferiore. "La pandemia - continua la pediatra - si sta drammaticamente rivelando un acceleratore delle diseguaglianze. Fattori etnici, stato socio-economico, e livello culturale possono determinare una disparità di accesso ad una alimentazione salutare esponendo il soggetto al rischio di patologie croniche e obesità".

Se nel 2019 si stimavano circa 1 milione e 137 mila bambini in condizioni di povertà, con la pandemia la situazione si è aggravata perché l’emergenza sanitaria si è rapidamente trasformata in un’emergenza sociale, con la perdita del lavoro di milioni di persone. Secondo Save the Children entro la fine dell’anno, 1 milione di minori in più potrebbero scivolare nella povertà assoluta, il doppio rispetto a quelli del 2019. "L’aumento drammatico della povertà notoriamente si associa anche nell’età infantile a una ridotta qualità della vita, un aumento delle malattie e a disturbi e difficoltà nella sfera fisica, affettiva, emotiva, cognitiva, linguistica e relazionale", spiega Mario De Curtis, componente del Comitato per la bioetica della Sip. "La chiusura delle scuole - aggiunge - ha fatto emergere nuove criticità perché molti sono stati gli studenti esclusi da videolezioni per la mancanza di computer, di connessioni e per la condivisione dello stesso dispositivo fra più fratelli o familiari. L’Istat ha certificato che durante il confinamento 1 studente su 8 non possedeva un laptop per la didattica a distanza e più di 2 minori su 5 vivevano in case prive di spazi adeguati per studiare.

VACCINI - A preoccupare i pediatri italiani anche l'effetto pandemia sulle vaccinazioni. Si è infatti assistito, soprattutto nella prima ondata, ad una calo delle coperture vaccinali generalizzato. Secondo un’indagine condotta da Società italiana di pediatria e Pazienti.it oltre 3 genitori su 10 hanno rinviato le sedute vaccinali dei propri figli per paura del contagio o per la chiusura dei centri vaccinali, con il rischio di una possibile ripresa di patologie infettive prevenibili, come pertosse, morbillo, meningiti menigococciche. Un problema quello delle 'vaccinazioni saltate' non solo italiano, perché sono molti gli Stati che a causa della pandemia hanno interrotto le vaccinazioni. L’Organizzazione mondiale della Sanità, l'Unicef e il Gavi hanno stimato che almeno 80 milioni di bambini siano a rischio di contrarre malattie prevenibili con le vaccinazioni in seguito alla pandemia. Secondo i dati preliminari Oms-Unicef relativi ai primi 4 mesi dell’anno, per la prima volta dopo 28 anni, si è verificato a livello globale un calo sostanziale del numero di bambini che hanno completato le 3 dosi di vaccino contro difterite, tetano e pertosse (Dtp3).

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