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Di parere opposto le conclusioni del consulente della difesa

Secondo l'ultima perizia psichiatrica Annamaria Franzoni sarebbe socialmente pericolosa

26 aprile 2014 | 14.08
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Annamaria Franzoni è socialmente pericolosa. Lo sostiene, secondo quanto rivelato durante la puntata di 'Quarto Grado' andata in onda ieri sera su Rete Quattro, l'ultima perizia psichiatrica sul rischio di recidiva della madre di Cogne, condannata a 16 anni di reclusione per l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi, avvenuto nel 2002.

Per il professor Augusto Balloni, incaricato dal giudice del Tribunale di sorveglianza di Bologna, Annamaria soffre di un "disturbo di adattamento" per "preoccupazione, facilità al pianto, problemi di interazione con il sistema carcerario" perché continua a proclamarsi innocente e ritiene ingiusta la condanna.

Sussistono pertanto condizioni di "pericolosità sociale" da affrontare con una "psicoterapia di supporto". Di parere opposto, invece, le conclusioni del consulente della difesa, professor Pietro Pietrini.

La Franzoni, dopo aver scontato un terzo della pena per il delitto di Samuele, aveva chiesto la detenzione domiciliare, prevista dalla legge in presenza di un figlio con meno di dieci anni. Ora sarà il Tribunale a decidere se concedere o meno il ritorno a casa della donna.

E' dal 7 ottobre scorso che la Franzoni lavora nel laboratorio della cooperativa sociale 'Siamo qua', che ha sede nella parrocchia di S.Antonio da Padova a Bologna, dove si fanno borse, pochette, astucci e altri accessori. Esce la mattina dal carcere per recarsi alla cooperativa sociale per quattro ore. Terminato il lavoro, si ferma a mangiare insieme alle volontarie della onlus e nel primo pomeriggio torna nel reparto femminile della Dozza dove e' rinchiusa dal 21 maggio del 2008.

Nessun commento dalla cooperativa che ha inserito la Franzoni nel progetto ''Gomito a Gomito'', cosi' chiamato perche' in via del Gomito si trova il carcere bolognese, e a stretto giro di gomito è la modalità con la quale collabora chi sta dentro e chi è fuori dal penitenziario: donne recluse, addetti e volontari della cooperativa, insieme per un obiettivo comune. Soci e volontari della cooperativa si occupano della gestione del laboratorio e della commercializzazione dei manufatti.

Le detenute sono in pratica assunte dalla cooperativa, ricevono uno stipendio e vivono a tutti gli effetti un'esperienza lavorativa reale. E' un progetto, si legge sul sito web del gruppo, che vuole dare l'opportunità alle detenute di acquisire una nuova dimensione professionale ed un lavoro dignitoso, con la speranza che questa esperienza di formazione e di lavoro possa essere sfruttata una volta tornate ad uno stato di piena libertà.

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