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Silvia Romano agli inquirenti: "Durante il sequestro sempre trattata bene"

10 maggio 2020 | 19.47
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Quattro ore a colloquio con pm di Roma e Ros: "Sono serena. Non c'è stato nessun matrimonio e non ho subito nessuna violenza"

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"Sono serena. Durante il sequestro sono stata trattata sempre bene". E’ quanto ha riferito Silvia Romano agli inquirenti che questo pomeriggio dopo l’arrivo in Italia l’hanno ascoltata in una caserma a Roma. A svolgere l’audizione, durata circa 4 ore, il pm della Procura di Roma Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo aperto a piazzale Clodio per sequestro di persona per finalità di terrorismo, con gli ufficiali dell’antiterrorismo del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri.

La cooperante che collaborava con la onlus marchigiana 'Africa Milele' era stata rapita più di un anno e mezzo fa, il 20 novembre 2018, da un commando di uomini armati nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi, in Kenya, mentre seguiva un progetto di sostegno all'infanzia. Ieri la liberazione.

"Mi hanno assicurato che non sarei stata uccisa e così è stato" ha riferito Silvia Romano agli inquirenti. "In questi mesi - ha detto - sono stata trasferita frequentemente e sempre in luoghi abitati e alla presenza degli stessi carcerieri". Dopo il sequestro in Kenya "ho impiegato quattro settimane per arrivare in Somalia. Un viaggio avvenuto in moto, a piedi e con altri mezzi" ha raccontato la giovane. Gli spostamenti sono avvenuti "in zone impervie, guadando anche un fiume". "Ogni due o tre mesi cambiavo covo", ha raccontato ancora, "con i rapitori, che non ho mai visto in faccia, perché avevano il volto coperto". Una prigionia vissuta in solitaria, "non sono mai stata con altri rapiti", e durante la quale "non sono mai stata legata".

"Non c'è stato nessun matrimonio e non sono mai stata sposata - ha detto - Non ho subito nessuna violenza da parte dei sequestratori. Che erano tutti uomini, tra loro non c'era alcuna donna". Nel corso dell'audizione Silvia Romano ha raccontato la sua conversione all'Islam, che sarebbe avvenuta a metà della prigionia, che la cooperante ricorda di aver vissuto in abitazioni da cui riusciva a sentire voci di persone vicine.

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