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Banche: sindacati credito, in 15mila in piazza contro deregulation lavoro

27 gennaio 2015 | 16.21
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Il 30 gennaio sciopero dei lavoratori bancari e manifestazioni in quattro città italiane.

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Difendere il lavoro e il potere d'acquisto dei salari e stimolare un confronto sui rischi derivanti dal decreto sulle banche popolari recentemente varato dal governo Renzi che, secondo Assopopolari, potrebbe provocare la perdita di ventimila posti di lavoro in due anni. Questi i motivi che porteranno i lavoratori del settore bancario a incrociare le braccia e a scendere in piazza per una serie di manifestazioni che il prossimo 30 gennaio toccheranno contemporaneamente quattro città italiane, coinvolgendo almeno 15mila lavoratori. L'annuncio è dei segretari delle confederazioni sindacali del credito che questa mattina a Milano hanno spiegato le cause che hanno determinato la decisione.

"Abi - spiega il segretario generale della Fisac Agostino Megale - si pone da apripista nella disdetta del contratto nazionale scaduto lo scorso anno, per il rinnovo del quale era stato avviato un tentativo di confronto concluso senza esito, a cui era seguito il primo sciopero della categoria".

In questi mesi la trattativa si è arenata e, se non verrà trovato un accordo, "dal primo aprile seguirà la disapplicazione del contratto con la conseguenza che verranno a mancare le regole essenziali e si creerà una dimensione assimilabile al 'fai da te'". Un "avamposto pericoloso - sottolinea ancora Megale - per i 309mila lavoratori del settore, diminuiti dal 2000 di 68mila unità e che negli ultimi 15 anni hanno perso circa 800 euro di salario contrattuale contro i 600mila euro in più ogni anno dei top manager". Una forbice che indica "una disuguaglianza sociale sempre più distante, se si considera che un banchiere guadagna mediamente 3,7 milioni l'anno, quanto 150 giovani apprendisti tutti insieme".

Le manifestazioni si svolgeranno il 30 gennaio a Milano, con un corteo che dalla sede dell'Abi raggiungerà piazza della Scala, dove si terrà un comizio con la leader della Cgil Susanna Camusso e il segretario generale della Fabi Lando Maria Sileoni. Quindi a Ravenna, da piazza Farini a piazza del Popolo, dove si terrà il comizio con Megale e il segretario confederale della Cisl Piero Ragazzini; a Roma, davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore con il comizio dei segretari generali della Fiba Cisl Giulio Romani e della Uil Carmelo Barbagallo e infine a Palermo, davanti al Teatro Massimo, con il comizio del segretario della Uilca Massimo Masi.

Le ragioni dello sciopero sono state anche indicate in una lettera che i rappresentanti delle sigle sindacali hanno inviato questa mattina al presidente del consiglio Matteo Renzi e ai presidenti di Abi Antonio Patuelli e di Federcasse Alessandro Azzi. Nel testo sono state evidenziate anche alcune "riserve" circa gli effetti del decreto sulla riforma delle banche popolari, che potrebbero pesare oltre che su ventimila lavoratori a rischio, anche sull'accesso e la gestione del credito a danno di imprese e famiglie. Il provvedimento, si legge, potrebbe determinare il "rischio che aziende, che costituiscono il principale riferimento per le famiglie e per le piccole e medie imprese italiane, cadano nelle mani di quei colossi bancari internazionali che, negli anni hanno dato prova di totale insensibilità sociale".

Oltre al fatto che, spiega Megale, "andrebbe a pesare su un Paese che negli ultimi anni ha perso dieci punti di Pil, con 150 miliardi di mancata ricchezza prodotta, 90 mld in meno di crediti concessi e 60 imprese chiuse ogni giorno. Tutto ciò significa che se non riparte il credito non riparte neanche l'economia".

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