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Medicina, reumatologi: "Con farmaci innovativi aumenta percentuale remissione artrite"

02 dicembre 2020 | 15.16
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Roma, 3 dic. (Adnkronos Salute)

Dall’artrite reumatoide, malattia autoimmune infiammatoria cronica che colpisce le articolazioni causando danni a cartilagini e ossa fino alla disabilità, non si guarisce. Lo sanno bene 300 mila italiani (soprattutto donne over 65) che ogni giorno fanno i conti con rigidità, stanchezza, gonfiore, dolori notturni o al risveglio a mani, polsi e piedi. Tuttavia, oggi grazie a terapie mirate e a farmaci innovativi efficaci è possibile raggiungere una percentuale maggiore di remissione, ovvero mirare ad una condizione clinica di assenza di segni e sintomi della patologia. Ne sono convinti i reumatologi della Sir che in questi giorni si sono riuniti (in modalità virtuale, causa misure anti-Covid) in occasione del 57.esimo Congresso nazionale della Società italiana di reumatologia.

"Controllare la malattia – spiega Caterina Baldi, specialista in Reumatologia all’Azienda ospedaliera universitaria Senese - significa inibire la progressione del danno strutturale irreversibile, e di conseguenza la grave compromissione della funzionalità fisica. Il raggiungimento e il mantenimento di una remissione sostenuta nel tempo si accompagna a una migliore qualità di vita del paziente, ad un miglioramento della disabilità funzionale e della produttività lavorativa. Una diagnosi sempre più precoce, la strategia del 'treat-to-target' (trattare al bersaglio) che ha rivoluzionato la gestione del paziente reumatico, insieme, all’utilizzo di farmaci sempre più efficaci e innovativi ci consentono di ottenere risultati in passato impensabili, restituendo ai pazienti una vita pressoché normale. Evitare il ritardo diagnostico è il presupposto fondamentale per raggiungere la remissione e sicuramente l’ausilio di strumenti come l’ecografia e il coinvolgimento dei medici di medicina generale ci aiutano".

La malattia, che affligge lo 0,5% della popolazione, ha un pesante impatto economico e sociale: circa 5 miliardi di euro, di cui il 70% per costi indiretti legati alla diminuzione della capacità produttiva: 67 in media i giorni di lavoro persi in un anno da una persona con artrite reumatoide. In loro aiuto farmaci tradizionali, biologici, e 'small molecules'. In particolare, queste ultime rappresentano un’ulteriore novità nel trattamento delle malattie reumatiche e dell'artrite reumatoide: di grande efficacia, tollerabili, facili da somministrare e dal profilo di sicurezza sempre più noto, evidenziano gli esperti.

"L’Upadacitinib è un farmaco che appartiene alle 'small molecules' – ricorda Carlo Perricone, ricercatore di Reumatologia presso l’Università degli Studi di Perugia – una classe di agenti terapeutici che hanno un meccanismo d’azione che permette di agire come dei modulatori della risposta immune andando a ridurre i livelli di diverse citochine che hanno un ruolo patogenetico nell’artrite reumatoide. L’Upadacitinib in particolare è stato sviluppato per essere prevalentemente Jak1 selettivo, e in tal modo agisce in modo mirato su citochine e molecole dell’infiammazione (fra cui citochine della famiglia di IL-2, IL-4, IL-6 e soprattutto interferon di tipo 1 e 2) che sono implicate nella malattia. È altamente efficace, anche rispetto ad altri trattamenti per l’artrite reumatoide, come conferma lo Studio Choice recentemente pubblicato”.

Lo Studio Choice ha coinvolto 609 pazienti con artrite reumatoide moderata/severa, ovvero “con almeno 6 articolazioni dolenti, 6 tumefatte e valori di proteina C reattiva (uno dei principali parametri dell’infiammazione) superiori a 3 mg/dl – sottolinea Perricone - ma che avevano fallito almeno 3 mesi di terapia con i farmaci immunosoppressori utilizzati per il controllo della malattia (Dmard convenzionali). Di questi pazienti, 303 sono stati trattati con upadacitinib (15 mg al giorno) e 309 con abatacept (per via endovenosa) in combinazione con una terapia stabile con un farmaco Dmard e valutati per 24 settimane. Il dato più significativo ottenuto a 12 settimane è stato osservare che il 30% dei pazienti in trattamento con upadacitinib raggiungeva la remissione contro il 13,3% dei pazienti che assumevano abatacept. Il miglioramento si otteneva nei diversi parametri (numero delle articolazioni tumefatte e dolenti, valutazione globale dell'attività della malattia da parte del paziente e della proteina C reattiva) e si manteneva fino alla 24.esima settimana. Al congresso annuale dell’American Society of Rheumatology sono stati poi riportati i risultati dello studio Choice sui “patients reported outcomes”, ovvero su tutti quei parametri di autovalutazione eseguiti da parte del paziente: già alla dodicesima settimana il gruppo di pazienti in cura con upadacitinib aveva un miglioramento per quanto riguarda funzionamento fisico, dolore, stato generale di salute e disabilità”.

Sempre più spesso l’artrite reumatoide si accompagna a manifestazioni “extra-articolari”, con l’interessamento di altri organi e apparati fra cui cute (con vasculite e noduli reumatoidi), cuore (con aterosclerosi accelerata, infarto del miocardio, ictus) e polmone (con la possibile comparsa di interstiziopatia polmonare). “Per questi motivi è importante riuscire a riconoscere la patologia già nelle prime fasi – sottolinea Baldi - quando ancora non si è instaurato il danno articolare. Tuttavia, molti pazienti in condizione di remissione clinica continuano a lamentare la persistenza di sintomi altamente invalidanti, primi fra tutti dolore e fatica, che con più difficoltà riusciamo a eradicare anche in una condizione di remissione. Sarebbe auspicabile ottenere nello stesso momento, nello stesso paziente, una condizione di remissione clinica, di buona qualità di vita e di arresto della progressione del danno articolare. Ecco perché la Sir ha ideato un programma a 360 gradi, comprensivo di una survey da diffondere tra i soci, per cercare di centrare questo obiettivo”.

Le cause dell’artrite reumatoide non sono ancora del tutto note, si sa che l’interazione tra fattori genetici e ambientali ha un ruolo fondamentale. “Il fumo di sigaretta rappresenta il principale fattore di rischio ambientale per lo sviluppo della malattia – conclude Perricone -. Sono importanti anche i fattori ormonali, non a caso la malattia è più frequente nelle donne e questo è verosimilmente almeno in parte dovuto al ruolo degli estrogeni. Inoltre, contribuiscono all’insorgere della malattia anche il microbiota intestinale (l’insieme dei microorganismi che popolano il nostro intestino), alcune infezioni e soprattutto la parodontite (in particolare quella indotta da un germe denominato Porphyromonas) ed è favorita dal fumo di sigaretta”.

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