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Smog: sbagliano giudice, cittadini condannati a pagare 40mila euro

09 dicembre 2015 | 18.45
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Smog - (Infophoto)

In piena emergenza smog, arrivano brutte notizie per un gruppo di cittadini che nell'ormai lontano 2011 hanno tentato la prima class action sulla qualità dell'aria contro Comune di Milano e Regione Lombardia, per lamentare, allora, la gravità della situazione, producendo una corposa documentazione a riprova del "perdurante inquinamento atmosferico". Oggi, a distanza di oltre quattro anni, gli attori (175 nel primo grado e 20 nell'appello) vengono condannati a pagare, in solido, sia in primo grado sia in appello le spese processuali per un ammontare complessivo di circa 40mila euro, che salgono a 60mila se si considerano spese generali, Iva e Cpa. La motivazione contenuta nella sentenza di primo grado è il difetto di giurisdizione. In poche parole, si doveva adire al Tar e non al tribunale ordinario.

"Nei casi contro la pubblica amministrazione - chiarisce all'Adnkronos il legale che ha seguito la causa, l'avvocato Claudio Linzola - esiste la 'ricerca della giurisdizione'. Esistono situazioni per le quali non è così chiaro chi se ne debba occupare: la giurisdizione dei tribunali ordinari, oppure il giudice amministrativo". Trattandosi, nel caso in questione, di diritti costituzionalmente garantiti, ovvero quello alla salute, alle relazioni, "ci siamo rivolti al tribunale ordinario". Tutto questo accade nell'aprile del 2011, dopo che "a dicembre 2010 scadeva il termine dell'Unione europea per raggiungere gli obiettivi sulla qualità dell'aria". Obiettivi non conseguiti, tanto che un gruppo di cittadini decide di muoversi e di citare Comune e Regione.

"I medici - ricorda il legale - sostengono che il problema sia legato al superamento continuo dei livelli di Pm10, non ai picchi. Nel 2011, poco dopo che era scaduto il termine per tutti gli Stati e quel livello da noi non era raggiunto, abbiamo depositato tutta la documentazione Arpa. Nel 2013 e 2014 sono state pronunciate alcune sentenze e in particolare due sentenze, una del Tar del Lazio e una del Consiglio di Stato, che avevano deciso di casi simili. Io all'udienza finale, in sede di memoria, 'lealmente' io ho segnalato di valutare anche il problema della giurisdizione".

In questo caso "assistiamo a una condanna al pagamento delle spese processuali, che non capisco - sottolinea l'avvocato Linzola - ma alla quale mi adeguo. Dal punto di vista tecnico-giuridico non comprendo la ragione del pagamento delle spese. In altri casi che ho seguito, dove si è verificato un difetto di giurisdizione, semplicemente ho avuto l'indicazione di cambiare tribunale", senza dunque la condanna al pagamento delle spese. Ciò che fa specie in questa vicenda è il fatto che si tratta "di cittadini che si sono assunti una responsabilità, che hanno messo la faccia nell'interesse di tutti. Abbiamo posto un problema vero che c'è, è oggettivo, ed è stato sollevato attraverso un'azione giudiziaria che aveva lo scopo di scuotere le coscienze".

"Chiederò un incontro a Pisapia e Maroni, senza entrare nel merito della sentenza. Dirò loro che è stata un'azione meritoria da parte dei cittadini, per sollevare un problema oggettivo". Per altro, ricorda il legale, "quando annunciammo la volontà di fare questa causa Pisapia venne da me in studio per sapere di che cosa si trattava". "Chiederò - chiosa Linzola - che Regione e Comune rinuncino a richiedere i soldi dei cittadini".

Cecilia Fabiani, firmataria della class action e dell'appello, osserva che "la sentenza va rispettata, ma mi auguro che il Comune di Milano e la Regione rinuncino e così pure la loro assicurazione, perché si tratta di un errore tecnico, il nostro, non di contenuto che non è stato esaminato. Inoltre, la situazione che c'è in Lombardia è estremamente grave per la salute".

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