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Draghi difende l'Europa

ECONOMIA
Draghi difende l'Europa

(Xinhua)

Un Mario Draghi che si dice "ancora una volta orgoglioso di essere italiano", ma anche deciso a smontare la narrazione 'sovranista' di chi propugna l'isolamento e l'uscita dagli accordi internazionali come soluzione a crisi che invece hanno radici antiche. E' tutta nel segno della 'verità dei fatti' la lectio magistralis che il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha pronunciato a Pisa, in occasione del riconoscimento del PhD Honoris Causa in Economics dalla Scuola Superiore Sant'Anna. Un riconoscimento che cade in coincidenza dei 20 anni dell'Euro, "due decenni molto particolari" e differenti, ha ammesso il presidente della Bce, ma dai quali "possiamo trarre utili lezioni, per ciò che occorre ancora fare". Draghi ha spiegato che se "l'unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista, dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che non in tutti Paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva, in parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l'incompletezza dell'unione monetaria che non ha consentito un'adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi". Ricordando come il mercato unico "fu delineato in un momento di debolezza dell'economia europea" - alla quale i governi avevano risposto innanzitutto "aumentando i deficit di bilancio" - Draghi ha quindi scandito le tappe di un processo che ha reso i diversi sistemi nazionali più omogenei, integrati e protetti. Ma soprattutto ha 'smontato' la vulgata sui benefici delle svalutazioni competitive. A partire da quelli per l'Italia che seppure vide la lira in pochi anni "svalutata sette volte sul marco tedesco dal momento del varo del sistema monetario europeo, "perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto a questa valuta", ottenne una crescita della produttività "inferiore di quella dell'euro a 12, così come la crescita del Pil". E in parallelo - come conseguenza - "l'inflazione toccò cumulativamente il 223%, mentre nell'area euro a 12 era al 126%".


Invece con la nascita dell'euro, "il commercio intra-UE ha accelerato" e sul fronte investimenti "nel caso italiano quelli di origine UE sono aumentati del 36% tra il 1992 e il 2010". E con l'infittirsi delle relazioni nei sistemi produttivi - ha ricordato - "le catene di valore hanno ridotto i benefici di breve periodo delle svalutazioni competitive. Poiché le esportazioni hanno un maggior contenuto di beni importati, ogni espansione della domanda estera conseguita con una ipotetica svalutazione è ora controbilanciata dai maggiori costi dei prodotti intermedi importati". Il risultato è che "un Paese che ipoteticamente volesse svalutare il proprio tasso di cambio per accrescere la propria competitività dovrebbe oggi utilizzare questo strumento in misura ben maggiore che in passato, subendo una sostanziale perdita di benessere al proprio interno a causa del maggior peso negativo della svalutazione sul prezzo delle importazioni". Non solo, ma - come ha spiegato il presidente della Bce - non è più valido neanche il discorso sulla 'sovranità monetaria', visto che proprio "la moneta unica ha consentito a diversi paesi di recuperarla" dal momento che prima dell'euro "le decisioni rilevanti di politica monetaria erano prese in Germania, mentre oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti".

Altro discorso, quello sul finanziamento monetario del debito pubblico che "come mostra la storia italiana, non ha prodotto benefici nel lungo termine", visto che fra il 1990 e il 2017 il suo tasso di crescita è sempre stato inferiore a quello delle altre principali economie europee. Non solo: con i maxi-deficit di allora, "la crescita degli anni Ottanta fu presa a prestito dal futuro", cioe' scaricata "sulle spalle delle future generazioni". Ma la costruzione dell'euro non solo non è stata perfetta ma resta incompleta, ha ammesso Draghi: "Occorre un'architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati. Ma ciò sarà possibile solo se questo sostegno è temporaneo e non costituisce un trasferimento permanente tra paesi destinato a evitare necessari risanamenti del bilancio pubblico, tantomeno le riforme strutturali fondamentali per tornare alla crescita". L'importante, ha concluso, è non perdere di vista il senso che ha guidato il processo di costruzione dell'unità europea. Un pericolo particolarmente vivo oggi che "per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti". E "non importa che si stia uscendo" dalla crisi scoppiata dieci anni fa: "Nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l'equità sociale, che lo salveremo, attraverso le nostre democrazie, ma nell'unità di intenti".



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