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Ue: "Procedura giustificata"

ECONOMIA
Ue: Procedura giustificata

(Foto Fotogramma)

di Tommaso Gallavotti
L'avvio di una procedura per debito nei confronti dell'Italia è "giustificato". A stabilirlo è stata la Commissione europea, che ha adottato quattro rapporti in base all'articolo 126.3 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea "nei confronti di Belgio, Francia, Italia e Cipro, in cui esamina la conformità di questi Paesi con i criteri relativi al disavanzo e al debito previsti dal trattato". Per l'Italia, il rapporto conclude che una procedura per debito, per l'appunto, "è giustificata", dato che, sulla base di dati a consuntivo, il nostro Paese "non ha rispettato il parametro di riduzione del debito nel 2018" e "non è previsto che lo rispetti né nel 2019 né nel 2020", sulla base sia delle previsioni della Commissione che di quelle dello stesso governo.
Il debito pubblico dell'Italia, ricorda la Commissione, ammonta al 132,2% del Pil nel 2018, "è il secondo dell'Ue e uno dei più grandi del mondo". Nel 2018 "ha costituito un peso in media di 38.400 euro per abitante, in aggiunta ad un costo medio del servizio dello stesso di circa mille euro per abitante". Questo non vuol dire, hanno sottolineato più volte il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici, che la procedura sia "aperta". E' solo "giustificata". Ora parte l'iter previsto dal trattato, che prevede un parere del Comitato Economico e Finanziario del Consiglio entro due settimane (la data della riunione non è stata ancora fissata), poi un ulteriore passaggio in Commissione. La decisione se passare effettivamente agli stadi ulteriori della procedura, che il nostro Paese aveva evitato per un soffio alla fine del 2018 e che diventa più invasiva e vincolante a mano a mano che passa il tempo, spetterà al Consiglio dell'Ue, nella riunione dell'Ecofin del 9 luglio prossimo. Vale a dire che a decidere non sarà la Commissione, che è a fine mandato, ma gli Stati membri dell'Unione Europea.
Il governo gialloverde ha quindi un mese di tempo per decidere se venire a patti oppure andare allo scontro, cosa che potrebbe scatenare turbolenze sui mercati finanziari. Per Alessandro Gasparotti del Cep, think tank tedesco di orientamento ordoliberalista con sede a Friburgo, eventuali sanzioni nei confronti dell'Italia sono "altamente improbabili" e "data la difficoltà di applicare il patto di stabilità a causa della non volontà della Commissione di infliggere sanzioni finanziarie, un'efficace pressione sull'Italia affinché riconsideri le sue politiche può venire solo dai mercati finanziari, che possono utilizzare la procedura come un catalizzatore per richiedere premi più alti per prestare denaro all'Italia, spingendo per aggiustamenti di bilancio". Mercati che però al momento appaiono relativamente tranquilli: i rendimenti dei titoli di Stato restano elevati, perché il rischio Italia è stato prezzato, ma per ora non si vedono segni di attacchi speculativi in grande stile come nell'autunno del 2011. Lo spread Btp-Bund è intorno ai 271 punti, ma per effetto dei rendimenti della carta tedesca, che stanno scavando nuovi minimi: il rendimento del decennale italiano è del 2,48%; quello greco paga il 2,95%. Gli hedge stanno 'shortando' qualche banca medio-grande, come Banco Bpm, Ubi Banca e Bper, ma non hanno attaccato le 'perle' del listino, come Generali, Mediobanca, Unicredit e Intesa SanPaolo, anch'esse esposte, in varia misura, al rischio sovrano. In passato, in alcune occasioni le vendite allo scoperto avevano riguardato anche questi titoli (mai, secondo dati Consob, la banca di piazzetta Cuccia).


Il problema dell'Italia non è sul deficit, dato che "attualmente il Paese rispetta il criterio del deficit, anche se c'è un rischio che nel 2020 non venga rispettato", ma sul debito. Il governo Conte, in qualche misura, si trova a gestire una congiuntura scomoda anche dal punto di vista tecnico, poiché "dopo l'abrogazione della procedura per deficit eccessivo nel giugno 2013, l'Italia è stata soggetta a un periodo di transizione verso il rispetto del parametro della riduzione del debito, iniziato nel 2013 e terminato nel 2015. Dopo la fine del periodo di transizione, il parametro della riduzione del debito è diventato applicabile nel 2016". Ora, nel terzo anno di piena applicazione della regola del debito, il governo ha varato una manovra che alla Commissione considerano sbagliata: in Italia, ha sottolineato Dombrovskis, "abbiamo visto il danno che producono le recenti scelte di politica economica", in particolare per quanto riguarda la "spesa per interessi", dato che il Paese oggi "paga per il servizio del debito" una cifra che è pari a quella che serve a finanziare il sistema scolastico ed educativo. Solo per gli interessi, l'Italia ha versato nel 2018 circa 65 mld di euro. Pertanto, ha aggiunto Dombrovskis, "in ogni caso c'è la necessità che la traiettoria di bilancio venga riconsiderata". Non è una questione che riguarda solo l'Italia: "Quello che succede in un Paese" della zona euro, di cui il nostro Paese è tuttora parte, "colpisce anche gli altri: e questo vale anche per l'Italia", dove "il debito non sta scendendo, ma sta salendo. C'è la necessità di riconsiderare la traiettoria di bilancio, prima di tutto a beneficio dell'Italia stessa", che ha "l'economia che cresce più lentamente in tutta l'area euro" e dove l'aumento degli interessi sul debito "ha avuto ripercussioni sulla fiducia degli investitori".

Moscovici ha sottolineato che alla Commissione per l'Italia la "porta rimane aperta". Naturalmente, ha aggiunto, "come sempre, siamo pronti a guardare a nuovi dati che potrebbero cambiare" l'analisi sul debito italiano". Poi ha citato Edith Piaf: "Non, je ne regrette rien", ha risposto a un giornalista olandese che gli ha chiesto se non si sia pentito di non avere lanciato la procedura per debito alla fine del 2018. "Credo che abbiamo preso la decisione giusta in dicembre e che quello di oggi sia l'approccio giusto", ha aggiunto

. Secondo la Commissione, perché l'Italia raggiunga un rapporto tra debito e Pil del 60% entro il 2033 occorrerebbe "un grande sforzo cumulativo di bilancio, pari a 10,2 punti percentuali di Pil nel 2021-25". Nel rapporto si reiterano le critiche già formulate nei confronti di quota 100 e si ricorda che "i ricavi da privatizzazioni sono ammontati a pressoché zero nel 2018". E' vero che "il rallentamento macroeconomico" contribuisce a spiegare il mancato rispetto della regola del debito, ma "le scelte politiche fatte potrebbero aver contribuito al rallentamento, attraverso un effetto negativo sulla fiducia e un canale del credito più stretto". In più, sottolinea l'esecutivo Ue, "l'Italia ha fatto progressi limitati nel rispettare le raccomandazioni specifiche per Paese del 2018 e il suo programma nazionale di riforme fornisce dettagli limitati sui pochi nuovi impegni che contiene". I commissari rimarcano inoltre che nel 2018 "il rapporto tra investimenti pubblici e Pil ha raggiunto un nuovo minimo, al 2,1% del Pil".

Tocca al governo Conte adesso decidere se trattare, offrendo misure aggiuntive per mettere in sicurezza i conti dello Stato, o se provare a scontrarsi, in solitudine, con gli altri partner Ue. Il rapporto approvato oggi dalla Commissione, infine, ha visto il collegio unito nelle conclusioni. La dialettica tra 'falchi' e 'colombe' c'è sempre, ma, se si dichiara pubblicamente che le regole non verranno rispettate, allora si riducono gli spazi di manovra per le 'colombe'. E per Paesi come la Francia, che sui conti pubblici hanno posizioni molto meno rigoriste rispetto agli Stati nordici.



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