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Coronavirus, Sala (PoliMi): "Sicuramente il 2020 lo passeremo tutti 'mascherati'"

ECONOMIA
Coronavirus, Sala (PoliMi): Sicuramente il 2020 lo passeremo tutti 'mascherati'

(Foto BLS)

(di Andreana d’Aquino) -


I numeri della pandemia continuano a dare segnali positivi, lo sguardo vuole essere rivolto alla Fase 2, ma le nostre vite saranno comunque diverse e segnate dalla pandemia del nuovo coronavirus Sars-Cov-2. Tanto che gli esperti ci delineano ormai un domani 'a velocità differenti' rispetto al pre-pandemia. "Sicuramente il 2020 lo passeremo tutti 'mascherati'", insomma per i prossimi mesi "se dovremo uscire, andare a lavorare, riprendere una vita più ‘normale’ dovremo farlo comunque protetti dalle mascherine" scandisce il professore Giuseppe Sala del Politecnico di Milano parlando con l’Adnkronos del futuro più prossimo che ci attende dopo questa prima, drammatica emergenza dettata dal Covid-19. Coordinatore del progetto PoliMask che il Politecnico di Milano ha attivato il 12 marzo "in risposta alla richiesta di Regione Lombardia impegnata nell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale per la Sanità durante l’emergenza Covid-19", Sala evidenzia che “quello che dobbiamo spiegare bene alle persone, ovvero ai non addetti ai lavori, è che il rischio più grande è indossare una mascherina che però non funziona adeguatamente, non protegge veramente rispetto al coronavirus Sars-Cov-2”. Per questo, “il nostro compito di vecchi artigiani della scienza è testare e fare arrivare sul mercato solo dispositivi sicuri” spiega l’ingegnere, professore ordinario al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali del più antico ateneo meneghino.

Nell’ambito del progetto PoliMask partito per testare le mascherine di nuova produzione -perché siano sicuramente protettive- contro il nuovo coronavirus, "per essere volutamente terzi, noi del Politecnico di Milano non prendiamo un euro da nessuno, non abbiamo legami di alcun tipo né con imprese né con le istituzioni" chiarisce subito Sala. Nel progetto PoliMask sono coinvolti 30 ricercatori dei Dipartimenti di Scienze e Tecnologie Aerospaziali, di Energia e di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica 'Giulio Natta' che hanno realizzato a tempo di record una filiera di test che copre la quasi totalità delle prove necessarie per la certificazione delle maschere chirurgiche e Dpi (Dispositivi di protezione individuali).

"Siamo già stati contattati da 1.800 aziende nella gran parte italiane ma anche qualcuna straniera ed extraeuropea" e "dal 12 marzo abbiamo valutato circa 600 materiali ma alla fine solo 10 sono risultati validi e hanno passato i nostri test. Si tratta di numeri dinamici perché continuano ad arrivare molti materiali e altri potranno risultare idonei sebbene la proporzione sembra rimanere attorno al 2% di materiali risultati validi" spiega Sala ricordando che le mascherine "Ffp2 e le loro equivalenti Kn95 filtrano l’esterno fino al 92%, le Ffp3 fino al 98%, mentre le mascherine chirurgiche proteggono gli altri dalla persona che le indossa". Sala sottolinea quindi che sulla produzione di mascherine protettive contro il coronavirus Sars-Cov-2 "serve mettere in piedi una filiera nazionale per evitare speculazioni e soprattutto di immettere sul mercato prodotti inefficaci".

"Le mascherine -chiarisce l’ingegnere- saranno il nuovo ‘oro nero’, basti pensare che solo alla Lombardia ne servirebbero 6 milioni al giorno di cui 5 milioni al giorno di mascherine chirurgiche e 1 milione al giorno di mascherine Ffp2 e Ffp3". "La Regione Lombardia, per esempio, ha ordinato già 140 milioni di mascherine ma ne ha ricevute appena 600mila per ragioni legate a difficoltà di importazioni, di protezionismo da parte di altri Paesi , per carenza di materie prime specifiche” e tutto questo, argomenta Sala, "porta all’assoluta necessità di realizzare appunto una filiera nazionale" cui "gli acquisitori istituzionali possano fare riferimento con sicurezze e certezze sulla qualità a l’approvvigionamento". “Una filiera nazionale – sottolinea ancora l’esperto del PoliMi- porterebbe anche a sgombrare il campo da odiose speculazioni, prezzi irragionevoli e qualità incontrollata”.

Sul territorio nazionale, sottolinea Sala, “si stanno già muovendo e riconvertendo molte industrie e le più efficaci sono le aziende che producono pannolini e assorbenti, capaci di saldare a ultrasuoni e quindi produrre un milione di mascherine al giorno. Parliamo delle filiere più vicine a quelle della produzione di mascherine che in Italia conta al momento un’azienda specializzata in Lombardia, un grosso produttore nelle Marche ed in Sicilia un’azienda ne produrrà circa mezzo milione al giorno”. “Anche alcune aziende del settore della moda si stanno riconvertendo per produrre mascherine ma hanno tecnologie classiche del comparto -taglia e cuci- quindi ci vorrà tempo perché raggiungano una cadenza produttiva molto elevata” aggiunge l’esperto del PoliMi. L'ingegnere del PoliMI avverte che in questa pandemia dettata dal nuovo coronavirus, “il concetto su come funzionano le mascherine è un po’ naif, noi combattiamo un patogeno che è grande appena 150-160 nanometri, ed un nanometro è un milionesimo di millimetro, 150 nanometri sono 150-160 milionesimi di millimetro. Insomma, questo patogeno non lo arginiamo come immaginano molti con un ‘effetto setaccio’, con un meccanismo meccanico. Il virus si ferma infatti solo con un meccanismo molto più complesso”. Sala spiega che il meccanismo per fermare il Sars-Cov-2 prima che entri nel nostro organismo, “è più di tipo elettrostatico e per fermare le particelle sono messi in gioco anche fenomeni di reattività chimica, cioè anche la natura chimica dei filamenti che costituiscono ‘i tessuti non tessuti’ della mascherina è fondamentale”. “Non tutti polimeri funzionano, al momento quelli rivelatisi più efficienti sono i polipropilene o poliestere e dipende anche dal diametro delle fibre: quelle ottimali sono intorno al micron e funzionano, altre no”. Inoltre, “i tessuti non tessuti non hanno trama e ordito ma sono costituiti da un agglomerato caotico di microfilamenti e quindi funzionano come barriera per fermare il nuovo coronavirus” prosegue l’esperto del Politecnico di Milano. esprime perplessità anche sulle mascherine ‘rilavabili’ che stanno iniziando a circolare sul mercato italiano: “Noi non le abbiamo mai testate al Politecnico di Milano” scandisce. L’ingegnere segnala tre problemi: i protocolli di sanificazione sono ancora allo studio e non sono stati ancora approvati e certificati anche se individuati due o tre come permanenza in ambiente caldo-umido 60 gradi per 10 minuti oppure raggi ultravioletti oppure soluzione idroalcolica, inoltre, una volta definiti i protocolli, il problema -conclude Sala- è tradurli in una corretta procedura casalinga, infine queste procedure sono volte all’abbattimento del patogeno ma devono poi dimostrare anche l’efficienza filtrante residua della mascherina a valle dei trattamenti, cioè dopo averla sanificata”.



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