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Aspi, analisti Borsa: 'ecco perché il titolo crolla'

ECONOMIA
Aspi, analisti Borsa: 'ecco perché il titolo crolla'

Afp

In caso di revoca, l’effetto per Autostrade per l’Italia sarebbe quello di un immediato fallimento della società. Mancherebbero infatti, a causa dell’art. 35 del Decreto Milleproroghe (D.L. 162/2019), le risorse per il ripagamento di quasi 10 miliardi di debito complessivo. A catena l’impatto si ripercuoterebbe sul ripagamento di €9 miliardi di debito di Atlantia (che controlla l’88% del capitale di Autostrade per l'Italia ed è garante inoltre di circa €5 miliardi di debito della controllata). E’ questa l’analisi più accreditata tra gli analisti finanziari, che spiegano così le cause del crollo del titolo di Atlantia oggi in Borsa nella prospettiva di revoca della concessione, che domani, come ha annunciato il Premier Giuseppe Conte, verrà portata sul tavolo del Consiglio dei ministri.


L’ammontare di debito complessivo in default (oltre €19 miliardi) avrebbe serie conseguenze sui mercati obbligazionari e bancari europei visto che la maggior parte del debito è rappresentato da titoli quotati detenuti da grandi investitori di debito internazionali, oltre che da grandi istituzioni finanziarie europee (es. Banca Europea per gli Investimenti) e italiane (es. Cassa Depositi e Prestiti, Banca Intesa, Unicredit,…), oggetto anche di prestiti Ltro della Banca Centrale Europea.

Per altro, si ricorda, Autostrade per l'Italia ha anche emesso un prestito obbligazionario retail (per €750 milioni) detenuto da circa 17.000 piccoli risparmiatori italiani. Verrebbe così distrutto uno dei pochi gruppi italiani leader nel mondo, presente in 24 paesi.

Inoltre, il capitale di Autostrade per l’Italia è detenuto da grandi investitori internazionali, come il gruppo assicurativo Allianz (7% del capitale assieme ai suoi partner), nonché il fondo sovrano cinese Silk Road Fund (5% del capitale), oltre che da Atlantia, società fra le “blue chips” della Borsa Italiana che conta oltre 40.000 azionisti, fra cui il fondo sovrano di Singapore GIC (8,1% del capitale), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,8% del capitale) e i maggiori investitori istituzionali internazionali del mondo (prevalentemente società di gestione di USA, Gran Bretagna, Francia, Germania e Australia) e i risparmiatori italiani. Uno scenario, avvertono infine gli analisti, che creerebbe un precedente unico, scoraggiando totalmente ogni nuovo investimento estero in Italia.

 



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