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Il Cup nella Giornata contro la violenza sulle donne: le professioni garanti della figura femminile

Calderone, abbiamo una funzione sociale ben precisa

Il Cup nella Giornata contro la violenza sulle donne: le professioni garanti della figura femminile

Un momento del dibattito

"Le professioni, in Italia, nell'esercizio delle loro competenze specifiche, sono garanti anche dell'affermazione e della tutela della figura della donna, dal campo giuridico a quella lavoristico, da quello medico a quello sociale ed economico". A dirlo oggi Marina Calderone, presidente del Comitato unitario delle professioni (Cup), nel corso di un incontro organizzato in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, al quale hanno partecipato i rappresentanti degli Ordini e Collegi professionali degli assistenti sociali, avvocati, consulenti del lavoro, giornalisti e psicologi, per fornire il loro impegno nel combattere un fenomeno ormai troppo diffuso nel nostro Paese.


L’evento è stato inaugurato con la rappresentazione teatrale 'Artemisia Gentileschi, processo per stupro. La forza del dolore': una rievocazione storica di quello che fu il processo subìto dalla pittrice romana della metà del XVII secolo, interpretata dall’attrice Pamela Villoresi e dagli avvocati del Foro di Firenze Enrico Marrapese e Gaetano Pacchi, nonché membri della compagnia teatrale 'Attori&Convenuti'.

"Noi professionisti -sostiene Marina Calderone- rappresentiamo tutte le branche del sapere intellettuale, ma il nostro compito non si ferma qui. Abbiamo una funzione sociale ben precisa, che ci porta a interagire con la società per fronteggiare il disagio e la violenza subita dalle donne".

"Per questo -insiste- non possiamo stare zitti, senza però sconfinare nello stereotipo delle politiche di genere. Non dimentichiamo poi che le stesse donne lavoratrici sono vittime di stalking e e mobbing; sono tante le professioniste che continuano ad essere penalizzate sul lavoro". E della funzione delle categorie professionali a favore delle donne parla anche Simonetta Cavalli, del Consiglio nazionale degli assistenti sociali. "Con l'aumento della crisi -spiega- aumentano anche le occasione di fragilità, ma non i centri di ascolto".

"Se il consultorio non c'è -avverte- la donna è lasciata sola e, purtroppo, c'è molta precarizzazione all'interno della categoria, con la conseguenza che i punti di ascolto sono sempre di meno. La violenza è l'ultimo atto di una storia che inizia molto prima e di cui è importante intercettarne i segnali per tempo per poter dare risposte efficaci".

"Serve una rete di servizi funzionali e di prossimità -auspica- per intercettare i bisogni delle donne, soprattutto quelle più sole, perché limitarsi al solo intervento penale non è garanzia di prevenzione, ma al contrario un ulteriore motivo di allontanamento per quelle madri che temono intrusioni nella propria genitorialità".

Per Antonella Bozzaotra, del Consiglio nazionale degli psicologi, "bisogna lavorare a partire dalla scuola e dalla famiglia". "Questo perché -prosegue- quello della violenza di genere è un fenomeno che riguarda le relazioni basate sulla sudditanza e sul possesso che partono proprio dallo sviluppo emotivo di una persona. Da qui -sollecita- la necessità di azioni professionali che ricadono sia nella cura che nella promozione del benessere psicologico".

Azioni contro le discriminazioni e le violenze sulle donne intraprese anche dall’avvocatura femminile, rappresentata da Susanna Pisano, del Consiglio nazionale forense, che ha documentato l’intensa collaborazione intrapresa con il dipartimento delle Pari Opportunità, presso la presidenza del Consiglio dei ministri, e l’Unar, Ufficio nazionale Anti discriminazioni.

Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei giornalisti, sottolineando il ruolo dei media nella veicolazione di messaggi corretti e di chiara condanna del femminicidio e delle discriminazioni nei confronti delle donne, spiega come "l'uso del linguaggio superficiale della stampa abbia effetti negativi sulla società, anche perché può generare effetti emulativi". "L’informazione su questi temi -rimarca Iacopino- deve avvenire con un linguaggio privo di ambiguità e senza alcuna concessione a retaggi culturali indulgenti con la violenza maschile, con l’intento di sostenere le donne nel proprio percorso di denuncia e di sensibilizzare anche gli uomini, che finora sono sempre stati assenti nella comunicazione sociale sulla violenza di genere".

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