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Sudan: amb. a Roma, buone possibilita' che condanna cristiana sia rivista

21 maggio 2014 | 19.36
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(Aki) - Esistono "ragionevoli possibilita'" che la condanna a morte per apostasia a carico della cristiana sudanese Meriam Yahia Ibrahim sia "rivista" nei gradi successivi del processo a suo carico "sulla base del ricorso presentato dagli avvocati della difesa". Lo afferma l'ambascita sudanese a Roma, in un comunicato inviato alla Farnesina, di cui Aki-Adnkronos International ha preso visione. Nella nota l'ambasciata fa alcune precisazioni sul caso, affermando ad esempio che le procedure giudiziarie a carico di Meriam "sono state avviate su iniziativa della sua famiglia e non del procuratore".

Nel comunicato la donna viene chiamata con il suo nome musulmano, Abrar Mohammed, e si afferma che quello cristiano e' un nome che lei stessa si e' dato. Dopo aver puntualizzato che quella del 15 maggio scorso e' una sentenza di primo grado, alla quale seguiranno i pronunciamenti "della Corte d'appello, della Corte Suprema e, se del caso, anche della Corte costituzionale", l'ambasciata denuncia una certa "disinformazione sui fatti e sui dettagli del caso". "Questa disinformazione - si afferma - getta l'ombra di un attacco mediatico ben orchestrato contro la magistratura sudanese".

La nota assicura invece che il processo va avanti nel pieno rispetto della costituzione e che la "magistratura sudanese e' indipendente da ogni influenza o interferenza del governo o di parti terze". L'ambasciata ammette infine che "il verdetto della corte ha sollevato un serio e acceso dibattito in Sudan sull'applicazione delle norme sull'apostasia e sull'adulterio al caso in questione". La 27enne Meriam, madre di un figlio e incinta di otto mesi, e' stata condannata a morte per apostasia, in quanto ha sposato un cristiano pur essendo di padre musulmano, e a 100 frustate per adulterio, in quanto il suo matrimonio non e' riconosciuto.

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