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Test sangue 'made in Italy' predice rischio Alzheimer

14 aprile 2014 | 13.19
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(Adnkronos Salute) - Un esame del sangue 'made in Italy' in grado di predire il rischio di ammalarsi di Alzheimer. A metterlo a punto i ricercatori dell'Università Cattolica-Policlinico Gemelli e dell'ospedale Fatebenefratelli di Roma, e dell'Irccs Istituto Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli Brescia. L'analisi, descritta in uno studio pubblicato su 'Annals of Neurology', misura i livelli di rame nel sangue. Se troppo elevati, il rischio di demenza arriva a triplicare. La prospettiva - secondo gli autori - è ridurre la probabilità di ammalarsi abbassando le concentrazioni del metallo nel sangue delle persone a rischio. Il test è stato sperimentato su un gruppo di 141 soggetti ad alto rischio di ammalarsi di Alzheimer, già colpiti dal cosiddetto lieve declino cognitivo (un disturbo della memoria che può spesso essere l'anticamera dell'Alzheimer). Tutti i pazienti, su cui è stato eseguito il test del rame con un semplice prelievo di sangue, sono stati monitorati mediamente per quattro anni per vedere chi sviluppava l'Alzheimer e chi no. Ebbene, chi ha concentrazioni plasmatiche di rame libero superiori alla soglia massima dei soggetti sani ha un rischio circa triplicato di ammalarsi di Alzheimer, a parità di livello di declino cognitivo presente al momento del prelievo. L'innovazione di questo test consiste nella possibilità di misurare la quota di rame definito come 'rame non-ceruloplasminico', ovvero che si muove liberamente e raggiunge più facilmente il cervello. Il metodo è stato brevettato, ma attualmente non è disponibile in altri laboratori di analisi, perché misura esclusivamente il rame 'libero', ovvero non legato a proteine nel sangue e quindi capace di circolare fino al cervello e andare a danneggiarlo. L'esame però è già disponibile al Policlinico Gemelli. Il traguardo è stato ottenuto da un lavoro iniziato dal Fatebenefratelli, coordinato da Paolo Maria Rossini, ora direttore dell'Istituto di neurologia del Policlinico Gemelli, grazie a uno studio di cui è responsabile Rosanna Squitti, ricercatrice della Fondazione Fatebenefratelli. "Pensiamo che in circa il 60% dei casi di Alzheimer il rame svolga un ruolo significativo nei processi patologici alla base della malattia", afferma Rossini. "Il metallo arriva nel cervello e qui potrebbe reagire con i frammenti di beta-amiloide - spiega Squitti - provocando stress ossidativo e rendendo quei frammenti tossici, come già peraltro dimostrato da molti studi su modelli animali". Il prossimo passaggio - gli scienziati stanno già conducendo questo studio grazie anche a finanziamenti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) - sarà quello di vedere se, riducendo il rame non-ceruloplasminico nel sangue di soggetti a rischio con strategie 'ad hoc' (particolari regimi dietetici e altri interventi), si riduce la loro probabilità di ammalarsi. Lo studio durerà due anni e i primi risultati sono attesi per il 2017.

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