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Lavoro: Tiraboschi, per chi ha patologie croniche inclusione vera

02 gennaio 2015 | 12.59
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Studio del giuslavorista, in Europa il 25% della popolazione in età di lavoro soffre di almeno una malattia cronica.

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Michele Tiraboschi

In Europa quasi il 25 per cento della popolazione in età di lavoro soffre i disturbi di almeno una malattia cronica e la quota di malati cronici che lavora è pari al 19 per cento della forza-lavoro. Ma l'impatto delle malattie croniche sul rapporto di lavoro e sul sistema di protezione sociale, pur essendo un tema centrale per l'evoluzione del diritto del lavoro e dei sistemi di welfare, è tuttavia un tema "ancora oggi non pienamente emerso". Parte da qui l'analisi che Michele Tiraboschi, giuslavorista, direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia e Coordinatore del comitato scientifico di Adapt, ha appena pubblicato sul tema 'Le nuove frontiere dei sistemi di welfare: occupabilità, lavoro e tutele delle persone con malattie croniche'.

In aiuto al lavoratore affetto da una patologia cronica (cioè non reversibile e che richiede una speciale riabilitazione o un lungo periodo di cura come le malattie cardiovascolari e respiratorie, i disordini muscolo-scheletrici, Hiv/Aids,la sclerosi multipla, numerose tipologie di tumori o l'epilessia), dice Tiraboschi, occorre pensare a un'inclusione vera e non più alla sola assistenza.

Occorre un passaggio da "una politica meramente passiva ed emergenziale di mero sostegno al reddito – se non di espulsione dal mercato del lavoro secondo una logica di 'medicalizzazione' del problema – a una concezione più moderna orientata non solo alla prevenzione, ma anche alla occupabilità e al ritorno al lavoro del malato cronico", spiega il professore.

Un tema innovativo e di frontiera come quello del rapporto tra lavoro e malattie croniche, annota Tiraboschi si impone, "anche come fronte tra i più avanzati nell’ambito del rinnovamento dei sistemi nazionali di relazioni industriali chiamati oggi a gestire, sotto la pressione di imponenti cambiamenti tecnologici e demografici, una drastica trasformazione non solo concettuale ma anche prescrittiva delle nozioni giuridiche di “presenza al lavoro”, “prestazione lavorativa”, “esatto adempimento contrattuale”".

Tiraboschi sottolinea come "non esistono, allo stato, dati e proiezioni attendibili relativamente alla incidenza complessiva delle malattie croniche sulla popolazione economicamente attiva e sui rapporti di lavoro"."Questo anche perché, al fine di evitare ripercussioni negative sulle prospettive retributive e di carriera, il lavoratore non sempre ritiene opportuno comunicare la propria reale condizione di salute al datore di lavoro", spiega.

"Il network europeo per la promozione della salute nei luoghi di lavoro ha tuttavia stimato che in Europa quasi il 25% della popolazione in età di lavoro soffra i disturbi di almeno una malattia cronica e che la quota di malati cronici che lavora sia pari al 19% della forza-lavoro. Per contro le proiezioni al 2020 e al 2060 del tasso di partecipazione al mercato del lavoro in Europa degli over 55 – e cioè della fascia di popolazione economicamente attiva maggiormente soggetta a un significativo rischio di abilità solo parziale o intermittente al lavoro– registrano, rispettivamente, un incremento di 8,3 e 14,8 punti percentuali", si legge ancora nello studio.

Nell’area dell’Euro l’impatto stimato è ancora più marcato con un incremento degli over 55 di 10 punti percentuali da qui al 2020 e di 16,7 punti percentuali nel 2060 .

"Certo è che, nel lungo periodo, la partecipazione al mercato del lavoro di persone affette da malattie croniche diventerà imprescindibile per affrontare il declino dell’offerta di lavoro e la carenza di forza-lavoro qualificata in uno con le pressioni sui sistemi pensionistici indotte da un drastico invecchiamento della forza-lavoro, con Paesi come Italia, Giappone e Spagna destinati a registrare nel 2050 un picco di over 65 pari a un terzo della intera popolazione".

"Altrettanto certo è che un investimento sulla salute e il benessere delle persone – e della popolazione economicamente attiva in particolare – diventerà sempre più un “imperativo (anche) economico” per gli Stati in funzione della sostenibilità dei loro sistemi sanitari e di protezione sociale", conclude Tiraboschi.

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