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Libri: 'Sembrava ancora di giocare', la Sardegna di Mario Rosso tra coraggio e sofferenza

31 agosto 2020 | 16.31
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'Sembrava ancora di giocare', la Sardegna di Mario Rosso tra coraggio e sofferenza

Un manager, arrivato al culmine della sua carriera e della sua esperienza di vita ritorna alle inestirpabili radici della sua prima giovinezza, alla ricerca delle vicende e degli incontri che ne hanno plasmato per sempre valori e sensibilità. È un libro a lungo meditato 'Sembrava ancora di giocare' (Edizioni Clichy) con cui Mario Rosso, laureato in filosofia teoretica e poi manager in posizioni di primo piano in molte aziende, tra cui Fiat, Telecomitalia, Tiscali, esordisce proponendo un raffinatissimo romanzo autobiografico capace di portare in sé l’intensità e il significato del tempo trascorso.

L’autore confessa all'Adnkronos che "la scrittura è servita a sottrarre quanto rimane dall’inevitabile oblio. Se, come è stato detto, ciò di cui non si è scritto non è mai esistito, allora scrivere anche un po’ degli umili può essere, oltre che un atto di rispetto, un gesto di 'creazione' demiurgico, un atto di pacata e dignitosa ribellione al destino del buio e della cancellazione delle esistenze".

"E in questo - continua Mario Rosso- sta anche l’importante valenza “politica” di questo romanzo autobiografico raro, testimone di come talvolta, anche se forse mai abbastanza, dai “piani alti” della società e dell’imprenditoria italiana giungano inattese aperture verso gli ultimi o anche solo i secondi o i terzi della fila".

Il racconto si dipana attraverso 37 brevi capitoli, lungo un percorso di memorie di quasi un secolo, a partire dalla Sardegna di metà del secolo scorso, terra austera, arcaica, poetica, in un paese del Logudoro in cui affondano le radici della famiglia. Testimonianza di molte storie di fierezze, di sofferenze e di dignità. Storie legate alla prima giovinezza in Sardegna, i valori assoluti di un mondo di mestieri antichi e rivelatori ('Il carro di Laio', 'L’altalena del Fabbro'), si concludono spesso con un apprendimento, una crescita, una rivelazione più spesso amara che dolce, sulla sorte, il destino, la vita.

Dagli incontri con i “perdenti”, che svelano improvvisamente l’incontro con una umanità povera e arcaica, ma tenera, come nell’episodio della visita dell’autore fanciullo alla taverna nella quale lo zio trascorreva troppe delle sue giornate perdute ('La protoenoteca di zio Michele'). "Vicende umane di persone, che vengono illuminate e rese letteratura in poche pagine asciutte e profonde - spiega ancora Mario Rosso- inchiodandole alle sofferenze che ne segneranno l’esistenza per sempre".

Episodi che si susseguono seguendo momenti di riflessione e di illuminazione, in un percorso di riscoperta che dovrà alla fine dare un inevitabile senso a tutto, e si sviluppano in parallelo con le vicende del trasferimento al Nord. Una emigrazione particolare ('La transumanza'), prima al nord delle alte montagne innevate, e poi nella Torino della tumultuosa immigrazione degli anni '60. Mentre si fanno i conti con la cultura industriale, il “mondo Fiat”, risalgono alla luce immagini di una memoria che ricrea i ricordi, plasmando la storia e la sensibilità.

"Forse sono davvero memorie contraffatte e autentiche fantasticherie - ci dice ancora l'autore - ma di certo l’incontro con il diavolo che si rivela in una sera di novembre non si può facilmente ignorare ('Un incontro sulfureo'). Né rimarrà senza conseguenze l’esperienza di un fatale avvelenamento, che inspiegabilmente superato, lascerà nella mia coscienza, per sempre, la sensazione di essere in debito, di dovere la mia esistenza individuale a un atto gratuito e inesplicabile di misericordia. Un regalo non meritabile, dal quale cercare sempre di sdebitarsi, senza speranza di riuscirci mai”.

Quando si apre nel libro il capitolo della vita familiare, faticosamente ricostruito contro il tenace occultamento della ritrosia e della fierezza sarda, irrompono nella narrazione i personaggi dei nonni, e in particolare dei genitori con la loro storia d’amore in tempo di guerra, nella Roma occupata. Pagine intense e profonde sono dedicate al personaggio della madre, segnata dal forzato abbandono delle aspirazioni sociali e alla tormentosa consapevolezza delle radici, con i loro connotati di povertà e marginalità. "Una vita in perpetua lotta contro un fato pagano e scontroso, disprezzato più che temuto - conclude l'autore- e che alla fine però avrà la meglio".

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