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Trattativa Stato-mafia, assolto l'ex ministro Mannino /Video

04 novembre 2015 | 11.25
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Il gup del Tribunale di Palermo Marina Petruzzella ha assolto l'ex ministro Calogero Mannino. E' stato assolto "per non avere commesso il fatto". La Procura aveva chiesto per Mannino, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato, la condanna a nove anni di carcere. Questa è la prima sentenza, con il rito abbreviato, del processo sulla trattativa Stato-mafia. Il troncone principale è quello che si celebra davanti alla Corte d'assise di Palermo con dieci imputati, tra cui il generale Mario Mori e l'ex Presidente del Senato Nicola Mancino.

"Andremo avanti, ci opporremo alla sentenza di assoluzione". Sono le uniche parole pronunciate dal Pm Antonino Di Matteo. La Procura di Palermo "valuterà se impugnare la sentenza" di assoluzione "dopo aver letto le motivazioni", ha detto il Procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi.

"Nei miei confronti c'è stato un accanimento da parte dei pm dell'accusa, non dell'intera Procura. La tesi accusatoria nei miei confronti è tutta fantasiosa", ha detto Mannino commentando la sentenza di assoluzione. Conversando con i giornalisti sotto la sua abitazione, ha affermato: "Spero sia stata data la parola fine a questo atto, è una decisione coraggiosa che conferma un mio convincimento e principio: si traduce nei termini di fiducia nella giustizia, che non vuol dire fiducia nei pm che rappresentano l'accusa, molte volte ostinatamente pregiudiziali nei miei confronti".

"Ho vissuto questi tre anni di processo abbreviato - ha continuato - con grande sofferenza e con grande disagio". E alla domanda se ha mai temuto di essere ucciso dalla mafia dopo l'omicidio Lima, Manino ha replicato: "No, prima dell'omicidio Lima. Io ho temuto di essere ucciso già nel '91".

"Io sono estraneo a ogni possibile trattativa", ha sottolineato l'ex ministro. Alla domanda se, a suo avviso, c'è stata una trattativa tra Stato e mafia ha replicato: "Fin dall'inizio ho sempre detto che ne dubito, ci sono stati dei carabinieri che sono andati a fare il loro mestiere". E a chi gli chiedeva se a suo avviso questa sentenza può avere anche influenze sul troncone principale del processo trattativa ha risposto: "Non so fare questa valutazione. Il mio processo si è concluso con la mia assoluzione per non avere commesso il fatto".

"La Procura non aveva prove perché non ci sono fatti. Io ho sempre servito lo Stato e la Repubblica Italia con estrema lealtà. L'ho fatto soprattutto in quegli anni", ha proseguito. "Vorrei ricordare che senza la mia azione politica - ha detto - non ci sarebbero stati i due fatti più importanti. Da un lato il sostegno politico all'iter complesso e travagliato del maxiprocesso e il sostegno politico che ha portato Giovanni Falcone alla Direzione degli Affari penali del Ministero della Giustizia. E' stata una linea di strategia di contrasto a Cosa nostra".

Alla domanda se sia stato un processo politico, Mannino ha risposto: "No, perché guardando Ingroia, che poi è fuggito, questi pm non hanno una dimensione politica. Hanno dimostrato di avere delle debolezze. Qualcuno di questi pm è assuefatto all'ostinazione accusatoria e lo ha dimostrato a Caltanissetta". E parla ancora di "accanimento" dei pm nei suoi confronti. "La domanda del perché questo accanimento va posta ai pubblici ministeri - dice - perché è funzione dell'accusa non solo esercitarsi liberamente e compiutamente quanto si vuole, è funzione anche discernerei fatti e valutare se hanno trovato prove o no. Nel mio caso non ci sono prove perché non ci sono fatti".

"Ai pm non interessa avere portato in un'aula giudiziaria l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, a loro interessa lo spettacolo che un guitto ha fatto in alcuni cinema in cui impartiva loro gli indirizzi relativi al processo", ha detto Mannino. Il nome non lo fa ma poi ammette che il riferimento è al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio.

All'Adnkronos l'avvocato Nino Caleca, che con Marcello Montalbano, Grazia Volo e Carlo Federico Grosso difende Mannino, ha detto: "Siamo molto, molto soddisfatti. Soprattutto sotto il profilo umano. Questo secondo processo Mannino lo ha vissuto come un incubo. Finalmente questo incubo finisce...". "Questa assoluzione è una sorta di panacea per il povero onorevole Mannino che finalmente potrà godersi una vecchiaia tranquilla".

E sulla sentenza: "Ogni sentenza è una sorpresa e noi abbiamo fatto il possibile, anche perché l'ipotesi accusatoria era ben costruita". Sul ricorso annunciato dal pm taglia corto: "In questo caso preferisco prima leggere le motivazioni prima di decidere se andare avanti o no".

Nel processo si erano costituiti parte civile il Comune di Palermo, il Comune di Firenze, la Presidenza della Regione siciliana, il Centro Pio La Torre, Agende Rosse, il sindacato Coisp, Cittadinanza per la Magistratura, Associazione vittime di mafia, Associazione via Georgofili, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rifondazione comunista.

Manifestazione del popolo delle Agende rosse sotto il Palazzo di giustizia di Palermo subito dopo la sentenza di assoluzione dell'ex ministro Calogero Mannino dall'accusa di minaccia a corpo politico dello Stato. Un gruppo di esponenti dell'associazione, che era parte civile nel processo appena concluso, ha esposto un manifesto con le foto di Carlo Vizzini, Carlo Martelli, lo stesso Mannino e la scritta: "Questi uomini sono rimasti vivi perché qualcuno ha trattato con la mafia. Giustificateli tutti". E poi le fotografie di alcune vittime di Cosa nostra, da Giovanni Falcone a Rosario Livatino con su scritto: "Persone invece ammazzate perché hanno scelto di non trattare con la mafia".

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