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Truffa alla Carige, arresti e perquisizioni: “Portati in Svizzera 22 milioni”

22 maggio 2014 | 12.13
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La guardia di Finanza ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere, truffa aggravata, riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Ai domiciliari Giovanni Berneschi, ex presidente del cda e vicepresidente dell’Abi

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(Foto Infophoto) - INFOPHOTO

La guardia di Finanza ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare nell’inchiesta su una presunta truffa all’istituto bancario Carige. Tra le persone arrestate c’è l’ex presidente del cda di Carige e vicepresidente dell’Abi Giovanni Berneschi: nei suoi confronti sono stati disposti gli arresti domiciliari. Ai domiciliari è finito anche l’ex presidente di Carige Assicurazioni, Ferdinando Menconi. Gli altri arresti riguarderebbero cinque professionisti considerati dagli inquirenti gli “esecutori” delle operazioni contestate. Nei confronti degli indagati le accuse sono a vario titolo di associazione a delinquere, truffa aggravata, riciclaggio e intestazione fittizia di beni.

Sono inoltre in corso perquisizioni a Genova, la Spezia e Milano e il sequestro di beni per un corrispettivo di 22 milioni di euro.

Dal 2006 al 2009 “gli acquisti gonfiati di società facenti capo a persone compiacenti, hanno fatto in modo che fossero portati in Svizzera circa 22 milioni di euro, parte dei quali sono stati impiegati per un importante investimento immobiliare in territorio elvetico, i cui effettivi titolari erano i massimi vertici pro-tempore del Gruppo bancario assicurativo Carige”. E’ quanto emerge dall’indagine della GdF di Genova.

Rilevante, in questo contesto, secondo gli investigatori, il ruolo di mediatore di un avvocato svizzero, attraverso il quale sono transitati i capitali per nasconderne l’illegittima provenienza. Le ispezioni della Banca d’Italia al Gruppo Carige e i mutamenti negli assetti societari e nei rapporti tra Banca e Fondazione, secondo le Fiamme gialle avevano convinto gli indagati a riorganizzare i loro capitali all’estero mediante un intreccio di accordi e atti negoziali, secondo una strategia che avrebbe dovuto consentire di contemperare più esigenze e che avrebbe visto, alla fine, anche il subentro nell’investimento immobiliare di un soggetto con precedenti penali per bancarotta.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le cessioni di quote di società create ad hoc consentivano il passaggio dei capitali a società fittizie residenti in Paesi a fiscalità privilegiata, con clausole contrattuali che avrebbero dovuto dissimulare le reali consistenze e “pulire”, ad ogni transazione, ingenti somme di denaro.

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