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Ucraina, titolare locale russo a Roma: "Clima di tensione, ho dovuto cambiare insegna"

20 marzo 2022 | 12.41
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"Telefonate di minaccia e clienti che boicottavano ristorante, ho tolto anche bandiere all'entrata"

Georgia, Armenia, Azerbaigian, Ucraina, Russia. Per oltre un decennio in un locale romano queste culture si sono incontrate e mescolate in maniera armoniosa, come i piatti che compongono il suo variegato, multietnico menu, e lo staff che ci lavora. Però, sotto il cappello di un nome che l’attuale conflitto ha reso un po’ troppo "russofono", la situazione è repentinamente cambiata in poche settimane, per l’esattezza dal giorno dell’inizio della guerra, tanto da costringere la gestione a cambiare nome al suo locale e a togliere le bandiere dei diversi Paesi che ne rendevano caratteristica l’entrata e che ora restano chiuse in un magazzino. A raccontare all’Adnkronos l’incredibile storia è il gestore del locale che, per motivi di sicurezza, preferisce non essere citato in alcun modo.

"Ho iniziato a ricevere telefonate di minaccia e molti clienti italiani hanno cominciato a boicottare il ristorante -spiega- Mi sono reso conto che il clima stava diventando insostenibile. Gestisco questo ristorante con mia moglie da 13 anni, e ho visto il mio lavoro e la mia fatica vanificarsi in un attimo”. Un grande lavoro che traspare anche attraverso gli arredi e il menù del posto, dove tutto parla di integrazione, ma quel nome troppo russo ha finito per pesare.

"Una prima volta, nel 2014, con la guerra nel Donbass, dove già avevo ricevuto minacce e insulti, e ora ancora di più con quella in Ucraina". A questo si aggiunge, ricorda il titolare, "che usciamo con le ossa a pezzi dal periodo del Covid", ed è così che spiega perché, alla fine, ha scelto di rinunciare a un pezzo della propria identità pur di tutelare l’attività, le persone che ci lavorano e i clienti (ora per lo più di lingua russa e qualche italiano).

Niente più musica. "Prima organizzavamo serate con musica dal vivo, ora non possiamo più", ammette. Mancano i clienti di prima che affollavano le sale del locale -un’associazione che ha oltre 35mila iscritti di cui ben 18mila italiani- e manca anche la gioia che accompagnava le serate. Di ucraini, ad eccezione di qualche membro dello staff, neanche l’ombra. Ma il titolare getta acqua sul fuoco: "Stiamo vivendo una situazione drammatica, molti di loro hanno le famiglie ancora in Ucraina, ora non spendono i soldi per andare a cena fuori".

Un timore, quello del ristoratore, acuito da episodi che definisce "sgradevoli" avuti con la stampa. "Sono venuti dei giornalisti, ho parlato con loro e mi sono fidato, e poi ho visto sui giornali una cosa completamente diversa da quella che avevo detto. Ho chiamato il giornale, mi hanno risposto 'prendi un avvocato e fai ricorso'. Con la crisi che c’è, non ho certo i soldi necessari per farlo -conclude scuotendo la testa- Meglio far sparire nome e bandiere e diventare anonimi, se il clima è questo".

(di Stefania Marignetti e Ilaria Floris)

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