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Energia solare

Un modulo ogni tre secondi: la tecnologia solare al centro della transizione Usa

23 giugno 2021 | 07.49
LETTURA: 3 minuti

La First Solar Inc. si è impegnata a costruire una fabbrica di pannelli da 680 milioni di dollari in Ohio per contrastare l'egemonia cinese in queste tecnologie.

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- Da Firstsolar.com

Gli Stati Uniti verso l’autarchia energetica e la lotta al cambiamento climatico grazie al solare. Questo è il futuro immaginato dalla First Solar Inc, che ha intravisto nei piani di Biden lo spazio per crescere. La nuova amministrazione, infatti, punta a rendere tutta la rete elettrica statunitense carbon free entro il 2035, e per farlo vuole l’appoggio di imprese rigorosamente a stelle e strisce con il duplice scopo di raggiungere una certa autonomia e creare benessere e posti di lavoro in casa. Questo vuol dire combattere l’egemonia cinese, che domina il mercato della produzione dei pannelli solari, e segnare il passo di una transizione tutta americana. Forte di questi piani governativi, la First Solar Inc. si è appena impegnata a costruire una fabbrica di pannelli da 680 milioni di dollari in Ohio. L’azienda è tra le prime 10 maggiori produttrici di energia solare al mondo, l’unica con sede negli Stati Uniti, e stabilimenti, oltre che negli USA, anche in Vietnam e Malesia.

Il solare non è incluso esplicitamente fra i settori su cui il Governo vuole spingere (che sono il farmaceutico, minerali, semiconduttori e batterie innovative), ma certo ha il potere e i numeri per fare lobby. L’amministrazione Biden già sta valutando di aumentare gli incentivi per gli acquisti di pannelli e sgravi fiscali per i produttori nazionali che renderebbero meno convenienti le tecnologie di importazione. In questo il CEO Mark Widmar è stato chiaro. In un’intervista alla CNN non si è detto preoccupato per la rimozione dei dazi di Trump sulle importazioni cinesi: “Siamo assolutamente competitivi e in grado di sostenere la concorrenza”, ha detto, ma non ha esitato a lanciare un messaggio alla nuova amministrazione: “La nostra intenzione è quella di andare anche oltre, ma solo avendo alle spalle delle riforme e il supporto dato da una giusta tassazione. Sono tra i fattori che terremo in considerazione per prendere una decisione informata sulle intenzioni di espanderci ulteriormente negli Stati Uniti oppure no”.

Il nuovo stabilimento creerà 500 nuovi posti di lavoro, e produrrà dei moduli di efficienza superiore, più competitivi e destinati ad abbassare il costo per watt dell’energia solare. La previsione è la produzione di un modulo ogni tre secondi, grazie a un impianto che sfrutta età elevati livelli di automazione, con tecnologie di intelligenza artificiale, machine learning e comunicazione integrata. Widmar ha tenuto a ribadirlo: “La nostra tecnologia non dipende neanche in minima parte dalla Cina, perché da vent’anni lavoriamo sull’innovazione e abbiamo differenziato metodi e materiali”. E First Solar è attenta a evidenziare come la sua produzione di pannelli si discosti da quella orientale anche in termini ecologici: “Fondiamo le nostre premesse sull’economia circolare, utilizzando sottoprodotti di rame e zinco e recuperando il 90% dei materiali e il 100% dei semiconduttori quando un pannello arriva a fine vita”. Nel futuro della First Solar non ci sono solo i pannelli. Sempre interrogato dalla CNN, il CEO ha strizzato l’occhio alle criptovalute: “Forniamo di energia verde molti data center, non vedo perché non fare lo stesso anche con il mining di bitcoin per renderlo sostenibile”, ha detto.

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