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Usa, l'esperta: "Dietro lupi solitari richiamo jihadista molto forte'

20 settembre 2016 | 17.15
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Roberta Bonazzi, direttrice del Counter Extremism Project (Foto dal sito http://www.counterextremism.com)

Gli attacchi degli Stati Uniti dimostrano innanzitutto "la capacità dei cosiddetti lupi solitari a portare avanti una serie di attacchi con modalità sempre diverse" ma soprattutto che "questi soggetti non operano affatto in un vacuum totale perché, pur muovendosi in modo isolato hanno un riferimento jihadista molto forte" e "la loro radicalizzazione, anche se rapida, avviene perché è stato preparato un terreno ideologico molto fertile grazie a strategie di comunicazione, come quella dell'Is, estremamente moderne e sofisticate". E' l'analisi di Roberta Bonazzi, a capo del Counter Extremism Project, con sede a Bruxelles, e fondatrice dell'European Foundation for Democracy.

Gli attacchi dei giorni scorsi, inoltre - secondo l'esperta - faranno sicuramente salire nei sondaggi, nell'immediato, Donald Trump "che si propone come 'uomo forte' e cavalca, come tutte le forze populiste, i fenomeni che creano paura, insicurezza e incertezza. Anche se la domanda è: 'cosa si può e si deve fare per combattere tutto questo in uno stato di diritto?'".

Quanto all'autore degli attacchi di New York e del New Jersey, l'esperta - pur con le cautele del caso essendo ancora in corso le indagini - sottolinea come "l'aspetto più preoccupante, che abbiamo conosciuto anche in Europa" è "la capacità di questi cosiddetti lupi solitari a operare e colpire in modo diverso, in questo caso con ordigni rudimentali, come le pentole a pressione. Aspetto questo che rende ancora più difficile la prevenzione".

"La cosa interessante - osserva - è che questi lupi solitari sembrano operare in un vacuum totale, ma dal punto di vista ideologico non lo sono affatto perchè usano tutti un riferimento jiadista che si è visto in diversi contesti, sia in Europa che nel Medio Oriente, legato sia ad Isis che ad al Qaeda. Isis però rispetto al Quaeda - spiega - ha dimostrato di essere molto disciplinato sul terreno perché i territori che controlla in Siria e Iraq sono gestiti con il pugno di ferro ma anche con una parvenza di struttura governativa, sia sugli aspetti religiosi che nella gestione vera e propria del territorio, compresa la tassazione, l'educazione ecc.".

Dal punto di vista della comunicazione, l'Is ha adottato una tecnica e una strategia estremamente moderna e sofisticata, mandando un messaggio molto forte a tutti quelli che si definiscono sostenitori dichiarati, ovvero che è possibile sostenere il califfato dovunque si trovino. "Usate qualunque strumento a vostra disposizione per portare avanti la lotta e l'ideologia del califfato, senza bisogno di venire in Siria", è stato detto chiaramente.

"Negli ultimi 18 mesi - prosegue Roberta Bonazzi - si è parlato di radicalizzazione in ogni modo, da quella 'express' a quella che avviene solo su internet. Ciò che abbiamo visto è che senz'altro c'è stata un'accelerazione nella comunicazione, grazie ai social media e la tecnologia che permettono di collegarsi con un numero esponenziale di individui e di far passare i loro messaggi. Ma la domanda è: 'come mai non tutti si radicalizzano?'. Per questo il nostro obiettivo è studiare il ruolo che l'ideologia gioca a lungo termine, perché la radicalizzazione, anche se avviene da un giorno all'altro, testimonia che è stato preparato un terreno ideologico, con messaggi e formule nuove che attecchiscono".

"Altra cosa interessante - spiega l'analista - è vedere come man mano che si scava nel passato di questi individui emergono una serie di contatti, di scelte di vita e di spostamenti che non sembrano suggerire una radicalizzazione express solo perché era frustrato o depresso. Tutti gli esperti sono concordi nel dire che non c'è una causa unica che si può isolare nel definire il processo di radicalizzazione, ed è proprio questo che rende difficile la prevenzione perché tutta una serie di aspetti che non possono essere esclusi".

A proposito di prevenzione, Bonazzi sostiene che "una cosa che non è stata fatta a sufficienza, sia in Italia che in Europa, è stato lavorare con le organizzazioni giuste. Non si può lavorare a processi di integrazione con organizzazioni pseudo musulmane, che hanno un obiettivo politico religioso. Quando i governi scelgono organizzazioni con un'ideologia politica, o i Fratelli musulmani per essere più precisi, c'è un problema. Si creano infatti condizioni fertili per la radicalizzazione perché il tipo di integrazione che viene promosso è di tipo divisivo.

Secondo l'esperta bisogna "coinvolgere individui, gruppi e organizzazioni musulmani, praticanti o più laici, ma che siano molto chiari sulla condivisione in modo inequivoco di valori legati allo stato di diritto. Questi ultimi invece non vengono considerati dai governi come interlocutori sufficientemente credibili perché gli uomini non sono barbuti e le loro donne non portano il velo".

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