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Usa: ora i repubblicani abbandonano crociata contro nozze gay

07 ottobre 2014 | 12.20
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La nuova decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti in favore dei matrimoni gay, che ha legalizzato queste unioni in altri cinque stati americani, e di fatto aperto la porta alla legalizzazione a livello nazionale, è stata accolta con un assordante silenzio a casa repubblicana. Si contano infatti sulle dita i commenti, ovviamente negativi, da parte di esponenti di punta del partiti e, soprattutto, appare essere completamente sparita dalla campagna elettorale in corso per le elezioni del 4 novembre la crociata contro i matrimoni gay che per anni è stato un codice identitario, ed elettorale, del partito repubblicano.

Lo spostamento è soprattutto evidente negli stati dove si vota per il governatore: praticamente tutti i repubblicani candidati in stati dove i matrimoni gay sono riconosciuti hanno indicato che non si opporranno alla legge, anche se quelli che si candidano negli stati roccaforte del Gop continuano ad opporsi. I candidati al Congresso rimangono ovviamente contrari ma, come è apparso ieri, meno disposti a tuonare contro unioni che non solo non sono più contrarie alla legge federale, ma sono sostenute, stando ai sondaggi, dalla maggioranza degli americani.

Insomma, sembra passato un secolo, e non solo 10 anni, dal 2004 quando George Bush riuscì ad essere rieletto al secondo mandato soprattutto grazie ai referendum contro i matrimoni gay che galvanizzarono il voto conservatore negli stati chiave come l'Ohio. Sulla carta nel programma repubblicano rimane l'obiettivo di ottenere un emendamento che inserisca nella Costituzione il divieto dei matrimoni gay, posizione ribadita per le presidenziali del 2012 da Mitt Romney.

Uno dei candidati al Congresso di definisce 'un orgoglioso gay americano'

Appare ormai evidente ai leader del partito conservatore che non solo questo emendamento non ha alcuna reale prospettiva, ma rischia di diventare controproducente sostenere una posizione contraria ai matrimoni gay. Soprattutto ora che i sommi giudici, rifiutandosi di accettare i ricorsi contro le sentenza delle corti di grado inferiore, hanno definitivamente legalizzato i matrimoni gay in Indiana, Utah, Oklahoma, Virginia e Wisconsin. Una decisione che apre le porte alla legalizzazione in altri sei stati che cadono sotto le giurisdizioni di quelle corti d'appello: Colorado, Wyoming, West Virginia, Carolina del Nord e Carolina del Sud.

Una prospettiva che potrà portare a breve il matrimoni gay legale in 30 stati, più il distretto di Columbia, vale a dire la maggioranza degli stati pari al 60% della popolazione americana. Diventa così comprensibile il silenzio dei leader repubblicani, eccezion fatta di Ted Cruz, senatore texano già campione della crociata contro l'Obamacare, che ieri ha detto che presenterà l'emendamento costituzionale che permetterà ai singoli stati di difendere la propria idea, quella eterosessuale, di matrimonio.

Ma ovviamente l'aria è completamente cambiata a casa repubblicana dove tra i candidati al Congresso quest'anno c'e' anche Carl DeMaio, candidato in un collegio di San Diego, città con una forte comunità gay nel cuore contea più repubblicana della California, che si definisce "un orgoglioso gay americano" in uno spot elettorale.

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