“Scrivere questa storia è stata una sorta di dovere, perché, secondo me è giusto far capire quante difficoltà hanno vissuto i Florio prima di diventare i Florio”. Nasce così l’idea di Stefania Auci, autrice della saga dei Florio che ha venduto oltre 1,5 milioni di copie in tutto il mondo, di raccontare in un romanzo, ‘L’Alba dei Leoni’ (Casa editrice Nord), come nacque l’epopea della famiglia di imprenditori che nel 1799 si trasferì da Bagnara Calabra a Palermo. E che da una aromateria arrivò a creare un regno, che poi si è sgretolato. Ieri sera il libro è stato presentato in anteprima nazionale a Palermo, alla presenza di circa 400 persone che hanno affollato Villa Igiea, l’albergo di lusso che venne realizzato proprio da Ignazio Florio nel periodo della Belle Epoque. Con le letture di Ester Pantano.
Per scrivere il terzo, e ultimo romanzo e per ricostruire il periodo che va dal 1772 al 1799, Stefania Auci, si è documentata ma non è stato facile trovare le fonti. “E’ stato molto difficile – ammette la scrittrice - se da una parte, in maniera abbastanza paradossale, c'è molto materiale proprio sulla storia del terremoto del 1783 che distrusse parzialmente Bagnara Calabra e altri comuni della Calabria, a cominciare dalle testimonianze di uno studioso francese, si trova invece molto poco sulla famiglia Florio. Ci sono alcune testimonianze, come quelle raccolte dal professor Orazio Cancila, ma per il resto c’è molto poco”. “Poi c’è pochissimo materiale sulla vita quotidiana in Calabria, di quel periodo – prosegue l’autrice - Perché se si trova molto per quanto riguarda la vita, i costumi, gli usi di Napoli, della Sicilia, in realtà, per quanto riguarda la Calabria, la Basilicata, zone dell'interno del Sud Italia queste fonti sono praticamente inesistenti”. E parla poi della figura delle donne di Bagnara. “Queste ‘bagnarote’, che avevano questa libertà economica, di potere gestirsi in proprio. Che poi dovessero consegnare il denaro, una parte del denaro guadagnato per la famiglia, è una cosa normale, ma in realtà loro avevano una maggiore un maggiore agio, una maggiore libertà”.
Stefania Auci ci tiene a sottolineare che questo libro “non è un prequel” perché “più che altro è un atto d'amore nei confronti di una famiglia che ha rappresentato tanto per la Sicilia”. “Noi abbiamo visto i Florio come una famiglia in continua ascesa, circondata dal lusso, da un allure di fascino e di bellezza, e poi c'è poi una caduta che è altrettanto epica e rovinosa. Qui c’è l’epica della fatica, non c'è un guadagnare per diventare ricchi e potenti. C'è un lavorare per campare la famiglia e tenere alto il nome dei propri congiunti, dei propri familiari”.Uno dei primi personaggi che si trovano nel nuovo libro di Stefania Auci è Francesco Florio, fratello maggiore di Paolo e Ignazio, e che vive un'esperienza molto traumatica. E’ l'unico che in qualche modo rompe la tradizione lavorativa della famiglia, che è quella del fabbro. Lui si rende conto che non pesano soltanto il nome, la famiglia, ma il valore dei soldi.
“In un certo senso parte tutto da lì- dice Stefania Auci -perché Francesco Florio lo sperimenta in prima persona, che il denaro, insieme alla paura, possono effettivamente indirizzare le azioni delle persone. Lo capisce a sue spese in una maniera estremamente dolorosa e anche faticosa”. “Francesco rappresenta la persona che riesce a tirare fuori da un'esperienza terribile, dolorosissima, una conseguenza positiva, perché tutto parte dal fatto che lui non vuole essere imprigionato in un ruolo, non vuole assolutamente assolvere a quello che era l'obbligo familiare. Dell'essere fabbro, così come era stato suo padre, come era stato suo nonno prima di lui, com'era suo fratello maggiore, Domenico”. “Questa prima parte, soprattutto il vissuto di Francesco Florio è estremamente unicamente frutto della mia immaginazione- sottolinea l’autrice -A scanso di qualunque tipo di equivoco, ci tengo a dire, a scanso di qualunque ditino alzato”.
Il matrimonio all'epoca del racconto era un contratto. Contava la proprietà, la dote, perché ci si metteva d'accordo tra delle famiglie. “I figli diventavano una sorta di forza lavoro, quasi rappresentavano una sorta di obbligo morale per la donna, di avere dei figli”. Uno dei motori del romanzo è Rosa Bellantoni, la moglie di Vincenzo Florio. E’ una donna pragmatica, molto coraggiosa che cresce i figli capaci anche di emanciparsi dalla paura. “Rosa è stata una vera e propria tabula rasa in cui mi sono permessa di poter mettere davvero i caratteri che io ho riconosciuto, soprattutto nelle donne del passato, che avevano questa forza, questa intensità, questa capacità di riuscire a gestire da solo intere famiglie molto numerose. Rosa è una donna concreta”, spiega Stefania Auci.
La storia dei Florio è una storia di tenacia, c’è la volontà di non arrendersi mai, ed è una storia anche di riscatto. “Il trovarsi sul fondo del barile ti permette di poter risalire e basta- dice Auci- E questo è soprattutto incarnato in Paolo e Ignazio Florio. Paolo che a 12 anni va a lavorare sulle barche come mozzo. E in Ignazio Florio che ha la fortuna di incontrare sulla sua strada una persona illuminata, che lo aiuta, che gli insegna a leggere e a scrivere, il parroco, don Alberto”. Il libro non è soltanto un ritorno alle radici dei Florio, ma è una grande narrazione umana proprio sul coraggio di scegliere la propria strada. “Se io dovessi dare un po' una caratterizzazione, una singola parola per ciascuno di questi tre libri, io direi che se per i Leoni di Sicilia la parola chiave poteva essere ambizione, se per L'inverno dei Leoni la parola chiave poteva essere nostalgia, per L'alba dei Leoni, la parola chiave è coraggio”. (di Elvira Terranova).