Il progetto del musicista-pediatra Andrea Satta, una casa per i bimbi di Gaza curati a Roma

L'iniziativa del frontman dei 'Tetes de Bois' insieme alle 'Mamme narranti' per collocare 46 famiglie una volta finite le cure: "Non si tratta di dare un tetto ma dignità e comunità"

Andrea Satta
Andrea Satta
04 aprile 2026 | 17.11
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Ricostruire, dopo avere curato il corpo ferito, legami e dignità attraverso la forza della comunità e le risorse che il territorio riesce a far fiorire, a volte in maniera inaspettata. C'è questa ambizione nel progetto di Andrea Satta - pediatra nell'interland di Roma e artista poliedrico, noto come frontman del gruppo musicale 'Têtes de bois' e ora solista con il disco 'Niente di nuovo tranne te' - che 'cerca casa' per i bambini palestinesi, arrivati nella capitale in questi mesi per essere curati, e per le loro famiglie. Un'iniziativa che coinvolge le 'Mamme narranti', associazione nata dal lavoro iniziato 17 anni fa nel suo ambulatorio pediatrico che, come accade in molte aree delle periferie metropolitane, raccoglie pazienti di origine diverse. Un contesto in cui, per Satta, è stato fondamentale, anche per superare le diffidenze, trovare un canale di comunicazione più profondo con le madri dei suoi pazienti. Per questo la prima domanda alla mamma non è "cosa ha il bambino?" ma "come ti addormentavi da piccola?". Un modo "di suscitare interesse reciproco: piuttosto che puntare sulla pagina del dolore - spiega Satta all'Adnkronos Salute - io ho puntato sulla pagina dell'intimità e della condivisione".

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Una strategia che - oltre a creare un gruppo (le 'Mamme narranti' si riuniscono periodicamente per raccontarsi) - ha ispirato già tre libri, mentre il suo ambulatorio è stato protagonista di un documentario e anche di tesi di laurea. "Fare il mio lavoro non è possibile se non conosci i contesti, l'ambiente, la condizione psicologica. Se non mi occupo del mondo del quale un bambino cresce, a quali quesiti potrò rispondere? La tosse, l'infezione, la febbre, certo. Ma la crescita, lo sviluppo psicofisico di un bambino, il benessere più complessivo, come faccio a affrontare tutto questo se di quella famiglia non so nulla? Conoscere la storia degli altri - sostiene - permette di instaurare poi una relazione. Quindi la domanda 'come ti addormentavi da piccola' serve a far partire il dialogo, aprendo un doppio canale, profondo, di curiosità e conoscenza reciproca". E' in questo contesto che Satta ha incontrato Ghada, "mamma palestinese meravigliosa, 18 anni anni fa, come pediatra prima della sua figlia più grande e ora del suo ultimo bambino". E' stata Ghada che "nei giorni dello scorso Ferragosto mi ha detto dell'arrivo dei bambini dalla Palestina che sarebbero stati curati a Roma. Piccoli con grandi ferite, con importantissime lesioni da bombardamento, e mi ha chiesto di aiutarla a dare una mano". E' partito da qui l'impegno che continua ancora oggi con l'iniziativa per cercare una collocazione alle 46 famiglie palestinesi.

"Quando Ghada mi ha chiamato - racconta acnora Satta - ho contattato il primario dell'ospedale Bambino Gesù di Roma, Alberto Villani, che conosco e che è stato disponibile. E ne ho parlato con l'Associazione culturale pediatrica, che in qualche modo mi ha dato una sorta di patrocinio. Abbiamo cominciato a conoscere queste famiglie durante il ricovero, le situazioni sanitarie, le loro storie. Abbiamo portato ai piccoli libri in arabo, giocattoli. E ci siamo domandati, a un certo punto, cosa avrebbero fatto questi bambini e queste famiglie una volta superata la fase più grave, l'emergenza sanitaria: che fanno se Gaza è stata distrutta, dove vanno? Dalla chat delle nostre 'mamme narranti', che dopo 17 anni sono diventate 180, sono venute fuori tre abitazioni, offerte gratuitamente per un lungo periodo, a queste famiglie. Spargendo la voce sul territorio sono arrivate altre risposte e dovremmo averne già individuata qualcun altra. Abbiamo anche stabilito un rapporto con i Comuni, cinque dell'Interland (Valmontone, Palestrina, Labico, Artena, Colleferro) , che si sono dichiarati entusiasti di starci accanto, di condividere questa cosa. E ne abbiamo parlato con le realtà che si occupano di questo professionalmente da sempre, come Caritas e Arci".

Il punto, per Satta, è fare in modo che alle famiglie ospitate possa essere offerto un contesto comunitario, in grado di offrire relazioni di sostegno. Per esempio, "tra i ragazzi curati ce ne è uno che a Gaza studiava pianoforte e nel mio ambulatorio c'è una mamma cantante lirica che si è già offerta di fare lezioni di piano a questo ragazzo. E non sarà difficile fargli fare lezioni in italiano", spiega Andrea Satta. Insomma, "è necessario creaere un contesto intorno a questi bambini, che li accolga. Non potremo restituirgli le persone perse, gli amori perduti e purtroppo neanche gli arti amputati in molti casi, però magari possiamo sostenere la voglia di ripartire che io già vedo nei loro sorrisi e nei loro occhi", sottolinea il pediatra, evidenziando che arrivare all'obiettivo di collocare le 46 famiglie palestinesi "non è impossibile. Parliamo di un po' più di 200 persone, famiglie che sono qui per motivi gravi di salute, portate dalla Palestina in numero limitato".

Al momento, ribadisce, c'è una concreta disponibilità in tempi brevi per "tre famiglie a cui probabilmente si aggiungeranno altre tre Non abbiamo ancora iniziato, molte cose sono pronte ma mancano alcuni passaggi burocratici, complicati, come i permessi di asilo e varie. Non stiamo facendo un gesto simbolico ma un'operazione che deve costituire un miglioramento, dare delle prospettive a queste famiglie, andare oltre l'emergenza. Sono persone che hanno subito una tragedia di dimensioni enormi, non gli serve solo un tetto e un pasto, ma uno spazio vitale che li renda normalmente protagonisti della loro vita. E' quello che vogliamo provare a fare nel nostro piccolo", sottolinea Satta .

Più in generale, però, "bisognerebbe costruire un iter governativo che tuteli queste persone che hanno perso tutto. E questo mi pare che non ci sia, è evidente". Ma servirebbe rapidamente perché "anche i tempi contano, tre mesi sono accettabili, tre anni meno. Io mi auguro che la burocrazia non intralci infinitamente il percorso che stiamo cercando di affrontare. E mi auguro anche che altre persone che sono in una posizione vantaggiosa rispetto alla comunità - altri pediatri sicuramente, ma anche insegnanti di scuola ecc. - sostengano questa idea stimolando altre famiglie che possono mettere a disposizione un'abitazione perché è la cosa più difficile. Roma ha oltre 3 milioni di abitanti, sono sicuro che c'è tanta gente che può fare, che ha sensibilità per farlo ma non sa come. Dobbiamo suggerirlo. Alle amministrazioni, invece, chiediamo di starci accanto, di risolverci qualche problema burocratico se si dovesse creare. E soprattutto non vogliamo che ci siano percorsi competitivi, la famosa guerra fra poveri, questo sarebbe un ulteriore danno per chi ha già sofferto così tanto e questa situazione", conclude. (di Raffaella Ammirati)

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