Il Pentagono valuta operazioni di terra, nel mirino in particolare Kharg Island. Teheran minaccia pesanti ritorsioni
I Marines arrivano in Medio Oriente e gli Stati Uniti valutano l'attacco di terra. L'Iran si prepara alla spallata, la guerra in corso da un mese rischia di entrare in una nuova fase. Circa 3.500 tra Marines e marinai hanno raggiunto la regione con il gruppo anfibio USS Tripoli.
Nell'operazione 'Epic Fury' cominciata il 28 febbraio entrano in scena nuovi protagonisti in attesa dell'eventuale ordine di Donald Trump: il presidente, come evidenzia il Washington Post, valuta se dare il via ad operazioni di terra concentrate sullo Stretto di Hormuz, bloccato da settimane con conseguenze sul commercio del petrolio: lo stop al traffico nel Golfo Persico determina un aumento del costo del greggio e un'impennata del prezzo dei carburanti in molti paesi, Italia compresa.
L'offensiva potrebbe riguardare in particolare l'isola di Kharg, fulcro del sistema petrolifero iraniano. Trump ripete che la guerra è sostanzialmente vinta ma non conclusa. Gli Stati Uniti, all'inizio delle operazioni, hanno prospettato una campagna di 4-6 settimane. L'avvio di un'eventuale offensiva di terra, evidenzia il WP, dilaterebbe i tempi. Il Pentagono si prepara alla prospettiva di "settimane" di operazioni di terra in Iran se Trump decidesse per un'ulteriore escalation, afferma il quotidiano sulla base delle informazioni fornite da fonti dell'amministrazione. Il piano, secondo le ipotesi, dovrebbe prevedere blitz di forze speciali e unità della fanteria.
Nell'ultimo mese all'interno dell'amministrazione è stata discussa la possibilità di azioni sull'isola di Kharg e di incursioni in zone costiere vicine allo Stretto di Hormuz con l'obiettivo di distruggere armamenti ritenuti in grado di attaccare petroliere e navi militari. Per il raggiungimento degli obiettivi che vengono valutati potrebbero volerci "settimane, non mesi", anche se una fonte fa riferimento ad una finestra di 60 giorni.
Attualmente, gli Stati Uniti schierano nella regione circa 50mila uomini in totale, 10mila in più rispetto al dispiegamento 'normale'. La scorsa settimana, il Pentagono ha disposto anche l'invio di circa 2000 paracadutisti dell'82esima Airborne Division. Non è stata resa nota la base in cui si trovano questi militari, ma è presumibile che siano nella zona delle operazioni. Gli analisti chiamati in causa dal Washington Post fanno notare che 50mila uomini - molti dei quali appartenenti alla Marina e operativi sulle navi - sono pochi per un'ampia operazione di terra. Israele, ad esempio, ha utilizzato oltre 300mila elementi per le azioni nella Striscia di Gaza.
Se Trump tace nelle ultime ore, con l'assenza di dichiarazioni e post sul social Truth, da Teheran arrivano proclami e annunci che non sorprendono per tono e contenuto. La nuova fase della guerra non sarebbe una sorpresa per l'Iran. Il regime, almeno pubblicamente, mostra di non temere l'eventuale offensiva americana. "Il nemico, in pubblico, manda messaggi di negoziati e in segreto trama per un attacco di terra", dice il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, che si esprime così nelle dichiarazioni riportate dall'agenzia iraniana Tasnim. Sulla stessa lunghezza d'onda si sintonizza il portavoce del comando militare, Ebrahim Zolfaqari, con dichiarazioni caratterizzate da toni minacciosi e retorici: qualsiasi tentativo di invadere via terra avrà "conseguenze catastrofiche" e dichiarando che le truppe americane diverranno "ottimo cibo per gli squali del Golfo". Per Zolfaqari, i reparti di Teheran sono ansiosi di dimostrare che "l'aggressione e l'occupazione non avranno altro risultato che la vergognosa prigionia, lo smembramento e la scomparsa degli aggressori".
Al momento, l'ipotesi di una soluzione diplomatica del conflitto non appare destinata a concretizzarsi in tempi brevi. Le possibilità di arrivare a un cessate il fuoco in Medio Oriente restano "basse", secondo quanto riferito da mediatori coinvolti nei colloqui in corso tra Paesi della regione. Pesano le posizioni incompatibili di Washington e Teheran: da una parte la richiesta di smantellare il programma nucleare e di aprire lo Stretto di Hormuz, dall'altra la volontà di preservare la capacità missilistica e di gestire il passaggio chiave per il traffico del petrolio.
In questo quadro, il governo del Pakistan ribadisce di essere pronto a ospitare colloqui "nei prossimi giorni", rinnovando la disponibilità dopo un incontro quadrilaterale a Islamabad con i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto dedicato alla de-escalation. "Il Pakistan sarà onorato di ospitare e facilitare nei prossimi giorni colloqui costruttivi tra le due parti per giungere a una soluzione globale e duratura del conflitto in corso", dice il ministro degli Esteri, Ishaq Dar.