'Ndrangheta a Roma, maxi inchiesta 'Propaggine': condanne per oltre 240 anni

Il tribunale di Roma ha giudicato una quarantina di imputati. Ventiquattro anni al boss Vincenzo Alvaro

Fascicoli (Fotogramma/Ipa)
Fascicoli (Fotogramma/Ipa)
26 marzo 2026 | 20.08
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Oltre 240 anni di carcere per una quarantina di imputati nel procedimento, nato dalla maxi inchiesta ‘Propaggine’ della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Dia contro la prima ‘locale’ ufficiale di ‘ndrangheta nella Capitale. La sentenza del tribunale di Roma, arrivata questa sera, è stata letta in aula alla presenza del procuratore capo Francesco Lo Voi, accanto al pm Giovanni Musarò, ora sostituto procuratore alla procura nazionale antimafia e antiterrorismo. La condanna più alta, 24 anni, è andata al boss Vincenzo Alvaro.

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Le accuse

Nell’inchiesta vengono contestate, a vario titolo, le accuse di associazione mafiosa, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni, truffa ai danni dello Stato aggravata dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta, riciclaggio aggravato, favoreggiamento aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa. A capo della ‘ndrina di Roma, secondo l’impianto accusatorio della procura di Roma, c’erano proprio Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo: Carzo nell’estate del 2015 aveva ricevuto dalla casa madre della ‘ndrangheta l’autorizzazione per costituire una locale nella Capitale, retta dallo stesso Carzo e da Alvaro. “Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”, dicevano in un’intercettazione. E nelle conversazioni riportate nell’ordinanza del gip Gaspare Sturzo alcuni degli indagati facevano riferimento proprio al lavoro di alcuni magistrati e poliziotti che avevano lavorato prima in Calabria e poi a Roma: “c'è una Procura... qua a Roma ... era tutta ...la squadra che era sotto la Calabria. Pignatone, Cortese, Prestipino”…“e questi erano quelli che combattevano dentro i paesi nostri ...Cosoleto ... Sinopoli... tutta la famiglia nostra...maledetti”.

Una conferma dell’impianto accusatorio era arrivata già lo scorso gennaio quando la Cassazione ha confermato l’esistenza della prima ‘locale’ di ‘ndrangheta attiva nella Capitale rigettando i ricorsi presentati contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma nel processo con rito abbreviato che aveva portato a condanne per oltre cento anni di carcere, tra cui quella a 18 anni per l’altro boss, Antonio Carzo.

Lo voi: "Sentenza riconosce le accuse, stimolo a proseguire"

“Dalla lettura della sentenza emerge il sostanziale accoglimento della parte principale dell'ipotesi accusatoria, e quindi del riconoscimento della gran parte dei reati che erano stati contestati a quasi tutti gli imputati, con una serie di condanne anche di elevato livello" dice il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi. "Un altro dato particolarmente importante è la confisca di attività economiche attribuite agli imputati e collegate alle attività illecite da loro riconosciute come commesse, e che, quindi, può costituire uno sviluppo per ulteriori indagini su questo filone: uno stimolo particolare per proseguire in questa attività su cui la Dda di Roma è, come sempre, particolarmente impegnata”.

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