Alaa Faraj, il calciatore trentenne che nel dicembre scorso è stato parzialmente graziato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, verrà scarcerato. Lo ha deciso la Corte d’Appello di Messina, che ha accolto la richiesta di revisione avanzata dalla difesa del giovane, che si è sempre dichiarato innocente. La sua vicenda giudiziaria inizia il 15 agosto del 2015, quando ha 20 anni e lascia la Libia per tentare la fortuna da calciatore in Europa. Il barcone, con 360 persone a bordo, va alla deriva. Nella stiva vengono trovati 49 corpi. Quarantanove persone morte soffocate. Inizia così una lunga odissea giudiziaria, terminata con la condanna a 30 anni di carcere per strage. Nei mesi scorsi giuristi come l’ex Presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky o Gaetano Silvestri hanno preso posizione sulla vicenda, a favore di Alaa.
Alaa Faraj ha già scontato undici anni di detenzione dei trenta avuti per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un anno fa la Corte d’Appello di Messina, ha respinto la richiesta di revisione del processo, pur definendo il giovane “l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio” e “moralmente non imputabile”. Poi, il 22 dicembre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia parziale ad Alaa Faraji. Uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi che permette all’ex calciatore libico di accedere a pene alternative come la semilibertà per scontare il terzo della pena che gli resta. Undici anni li ha già quasi scontati, girando per le carceri siciliane fin dal giorno dello sbarco, quando da sopravvissuto si è ritrovato ad essere colpevole della cosiddetta “strage di Ferragosto” del 2015 in cui morirono quarantanove persone asfissiate nel barcone in cui viaggiava insieme a due suoi amici. All’epoca dei fatti Alaa aveva vent’anni, era iscritto al primo anno di Ingegneria, giocava a calcio, aveva lasciato la sua città, Bengasi con l’idea di procurarsi un visto e infine si era imbarcato insieme a due amici per l’Italia. Voleva raggiungere la Svizzera o la Germania, diventare un calciatore famoso e laurearsi.
Ma dopo l’ennesimo rifiuto decise di procurarsi un visto e di imbarcarsi, mentendo alla propria famiglia e rischiando la vita. Poi la tragedia e il carcere, la condanna definitiva. Nell’autunno scorso Alaa Faraj ha pubblicato un libro, scritto insieme con la docente universitaria Alessandra Sciurba, ‘Perché ero ragazzo’. Nel libro, pubblicato da Selleri, Alaa scrive le lettere ad Alessandra Sciurba, che insegna Filosofia del Diritto, in cui si racconta. Alaa ha “perdonato, perché sono esseri umani, e l’essere umano sbaglia”, dice. Adesso la decisione della Corte d’Appello di Messina, che un anno dopo il diniego, dà il consenso alla revisione. L’udienza è prevista per il prossimo ottobre. Nel frattempo, ha disposto la scarcerazione del ragazzo. “Come hanno chiesto un anno fa l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice e don Luigi Ciotti di Libera, siamo arrivato a un supplemento nella ricerca di verità e giustizia rispetto a una storia che ha sepolto vivi dei ragazza, tra cui Alaa”, dice Alessandra Sciurba. “Il libro ha fatto luce su una vicenda giudiziaria difficile e complessa e adesso, grazie a una mobilitazione di una comunità intera, si è aperto uno spiraglio”. (di Elvira Terranova)